Racconto / 6.

Cara amica, incantevole e lontana, presumo che tu non abbia dimenticato nulla durante gli otto anni e più della nostra separazione se riesci a ricordare persino il guardiano dai capelli grigi e la divisa azzurra che non ci dava il minimo disturbo quando, marinando la scuola, ci incontravamo nelle gelide mattinate di Pietroburgo al Museo Suvorov, così polveroso, così piccolo, così simile a una celebrata tabacchiera. Con quale ardore ci baciavamo dietro le spalle di un granatiere di cera! E più tardi, quando uscivamo da quella polvere vetusta, come ci abbagliava la vampa argentea dei Giardini di Tauride, e com’era strano udire i grugniti allegri, avidi, cavernosi, dei soldati pronti a scattare agli ordini mentre slittavano sul terreno ghiacciato e nel bel mezzo di una strada pietroburghese infilzavano con una baionetta la pancia di paglia di un fantoccio con l’elmetto tedesco.
Sì, lo so che nella mia precedente lettera avevo giurato di non menzionare il passato, in particolare le sciocchezze del nostro comune passato; giacché, quali autori in esilio, siamo tenuti a un grande pudore di espressione, eppure, ecco che già alle primissime righe disdegno quel diritto all’imperfezione sublime e vanifico con epiteti il ricordo da te sfiorato con tale levità e grazia. Non è del passato, amore mio, che desidero parlarti.
È notte. Di notte si percepisce in modo particolarmente intenso l’immobilità degli oggetti – la lampada, gli arredi, le fotografie incorniciate sulla scrivania. Ogni tanto l’acqua resta senza fiato e gorgoglia nelle sue recondite tubature come se dei singhiozzi salissero per la gola della casa. Di notte esco a fare una passeggiata. I riflessi dei lampioni stillano goccia a goccia come ruscelletti sull’umido asfalto berlinese la cui superficie somiglia a una pellicola di grasso nero, con pozzanghere annidate nelle increspature. Qua e là una luce granata brilla incandescente sopra un allarme antincendio. Alla fermata del tram c’è una colonna di vetro colma di liquida luce gialla, e, non so perché, provo una sensazione di tale beatitudine, di tale malinconia quando, a notte tarda, con uno stridore di ruote in curva, il tram sfreccia via, vuoto. Attraverso i finestrini si vedono distintamente le file di sedili marroni ben illuminate, fra le quali avanza vacillando un solitario controllore con una borsa sul fianco – il che lo fa sembrare un po’ brillo – in quanto procedere in direzione contraria a quella carrozza.
Mentre girovago per strade buie e silenziose, mi piace sentire qualcuno che rincasa. L’uomo non è visibile nell’oscurità e non sai mai in anticipo quale porta si animerà accogliendo una chiave con un ciglio compiacente, per poi spalancarsi, indugiare trattenuta dal contrappeso, quindi sbattere richiudendosi; la chiave cigolerà di nuovo dall’interno e laggiù, dietro il pannello di vetro della porta, un morbido bagliore si attarderà per un solo magico minuto.
Passa un’automobile su colonne di luce bagnata. È nera, con una striscia gialla sotto i finestrini. Strombazza raucamente nell’orecchio della notte, e la sua ombra mi sguscia sotto i piedi. Ormai la strada è totalmente deserta – eccetto un alano attempato le cui unghie picchiettano sul marciapiede mentre malvolentieri porta a spasso una svogliata signorina, graziosa, la testa nuda e un ombrello aperto. Quando lei arriva sotto la lampadina granata (alla sua sinistra, sopra l’allarme antincendio), un solo, rigido segmento nero del suo ombrello arrossisce umidiccio.
Al di là della curva, sopra il marciapiede – che sorpresa! –, sono diamanti quelli che fluttuano sulla facciata di un cinema. Dentro, sul rettangolo dello schermo, di un pallore lunare, puoi osservare dei mimi più o meno bravi; ecco che il volto immenso di una ragazza dagli occhi grigi scintillanti e labbra nere segnate verticalmente da fenditure lucenti si fa sempre più vicino, continua a ingrandirsi mentre fissa la sala buia, e una meravigliosa, lunga lacrima luccicante rotola giù per la guancia. Ogni tanto (divino istante!) appare la vera vita, inconsapevole di essere filmata: una folla casuale, acque luminose, un albero con il suo stormire silenzioso ma visibile.
Più lontano, all’angolo di una piazza, una prostituta corpulenta, con una pelliccia nera, cammina avanti e indietro fermandosi ogni tanto davanti a una vetrina dove, sotto una luce violenta, una donna di cera imbellettata ostenta per i nottambuli il suo lungo abito smeraldo e la lucida seta delle calze color pesca. Mi piace osservare questa placida puttana di mezz’età mentre le si avvicina un uomo attempato, con i baffi, giunto stamattina da Papenburg per affari (prima la supera, quindi si volta a più riprese). Lei lo condurrà senza fretta in una camera del palazzo accanto che di giorno è del tutto simile agli altri palazzi, altrettanto ordinari. Un anziano portiere, educato e impassibile, vigila tutta la notte nell’ingresso non illuminato. In cima alla ripida scala, una vecchia altrettanto impassibile aprirà con saggia indifferenza una camera libera e incasserà il pagamento.
E se tu sapessi come sferraglia meravigliosamente il treno sfolgorante di luci, con tutti i finestrini che ridono, mentre sfreccia sul ponte sopra la strada! Probabilmente va solo fino alla periferia, ma in quell’istante l’oscurità sotto l’arcata nera del ponte si riempie di una musica metallica così potente che non posso fare a meno di immaginare le lande soleggiate alla volta delle quali partirò non appena mi sarò procurato quei cento marchi in più che bramo con tanta mite spensieratezza.
Sono così spensierato che talvolta mi diverte perfino guardare la gente mentre balla in qualche caffè. Molti miei compagni d’esilio denunciano indignati (e questo sdegno non è scevro di un pizzico di compiacimento) gli abomini alla moda, danze attuali comprese. Ma la moda è una creatura generata dalla mediocrità umana, da un certo livello di vita, dalla volgarità dell’uguaglianza, e criticarla significa ammettere che la mediocrità è comunque capace di creare qualche cosa (tanto una forma di governo quanto una nuova acconciatura) che merita una certa attenzione. E naturalmente questi nostri cosiddetti balli moderni sono tutto fuorché moderni: la mania risale ai giorni del Direttorio, in quanto allora come adesso gli abiti femminili si portavano sulla pelle nuda, e i musicisti erano negri. La moda respira attraverso i secoli: la crinolina a forma di cupola di metà Ottocento era l’inalazione profonda di quel respiro, seguita dall’esalazione – le gonne che si restringono e si balla più stretti. I nostri balli, dopotutto, sono molto naturali e piuttosto innocenti, e talvolta – penso alle sale londinesi – assolutamente leggiadri nella loro monotonia. Ricordiamo tutti quel che Puškin scriveva del valzer: «monotono e folle». È sempre la stessa cosa. In quanto al corrompersi della morale… Ecco che cosa ho trovato nelle memorie di D’Agricourt: «Non conosco nulla di più depravato del minuetto che si ritiene appropriato ballare nelle nostre città.
Cosicché mi diverto a guardare, nei cafés dansants di qui, come «volteggiano le coppie, una via l’altra», per citare ancora Puškin. Gli occhi, truccati in modo divertente, sfavillano di pura allegria umana. I pantaloni vengono a contatto con le gambe velate di calze chiare. I piedi ruotano di qua e di là. E intanto, fuori dalla porta, aspetta la mia fedele, solitaria notte con i suoi umidi riflessi, i clacson delle auto e le violente raffiche di vento.
In una notte del genere, nel cimitero russo ortodosso fuori città, un’anziana signora settantenne si è suicidata sulla tomba del marito, morto di recente. Ci andai per caso la mattina dopo, e il guardiano, un veterano gravemente mutilato durante la campagna di Denikin, il quale si aiutava con un paio di stampelle che scricchiolavano a ogni oscillazione del corpo, mi mostrò la croce bianca alla quale si era impiccata, e i fili gialli nel punto in cui la corda («era nuova di zecca» lui disse piano) aveva sfregato. Più misteriose e affascinanti di ogni altra cose erano, però, le impronte a mezzaluna lasciate dai suoi tacchi, minuti come quelli di un bambino, sul suolo bagnato vicino al plinto. «Ha calpestato un po’ la terra, poveretta, ma a parte questo non c’è assolutamente disordine» commentò con calma il guardiano e io, mentre osservavo quei fili gialli e quelli avvallamenti, mi resi improvvisamente conto che si può distinguere un sorriso ingenuo perfino nell’attimo della morte. Può darsi, mia cara, che la ragione principale per cui ti scrivo sia raccontarti quella fine così facile, così dolce. Si è risolta in questo modo la notte berlinese.
Ascolta: sono perfettamente felice. La mia felicità è una specie di sfida. Mentre vago per le strade e le piazze e i sentieri accanto al canale, avvertendo distrattamente le labbra umide della stagione attraverso le suole consumate, porto con orgoglio la mia ineffabile felicità. I secoli trascorreranno e gli scolari sbadiglieranno sulla storia dei nostri sconvolgimenti; tutto passerà, ma la mia felicità, cara, la mia felicità rimarrà nel madido riflesso di un lampione, nel cauto svoltare dei gradini di pietra che scendono fin dentro le acque nere del canale, nei sorrisi di una coppia danzante, in tutto quello con cui Dio avvolge con tanta generosità la solitudine umana.

“Una lettera che non raggiunse mai la Russia”, Una bellezza russa e altri racconti, Vladimir Nabokov.

Fisica della malinconia, Georgi Gospodinov.

1Per la seconda rilettura, ho scelto uno tra i libri che mi stanno più a cuore: Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. È stato uno di quei libri cui si arriva per puro caso, vi arrivai per puro caso in un pomeriggio di una manciata di anni fa sedotta dal titolo. Per un titolo così, inutile dirlo, la curiosità si accende in un attimo, la mia soprattutto. Non conoscevo l’autore, non avevo ancora letto la sinossi, non avevo la più pallida idea di cosa potesse parlare, l’attrazione immediata fu accalorata dal titolo e dalla copertina che mostrava un’immagine, dal carattere antico, raffigurante una donna e un bambino dalla testa animale seduto nel suo grembo. Leggendolo, poi, fui lieta di aver seguito l’istinto e ancora oggi rappresenta un’insenatura importante nella quale riposare.

Innanzitutto, va detto che parliamo di un autore contemporaneo, cosa inusuale per me che sono abituata ad autori più datati. Gospodinov è uno scrittore bulgaro che ha esordito negli anni ’90 con due raccolte di poesie, riscuotendo un certo consenso da parte della critica letteraria nazionale, fino ad arrivare nel 1999 ad esordire col romanzo “Romanzo Naturale” che confermerà ancor più il suo valore di scrittore vincendo il premio “Razvitie” per il romanzo bulgaro contemporaneo a cui seguiranno poi svariate traduzioni in svariati Paesi. In Italia, nel 2007, è la casa editrice Voland a proporlo con Romanzo naturale e a pubblicare in seguito altre sue opere come “…e altre storie”, “Fisica della malinconia e “E tutto divenne luna”. Fisica della malinconia è al momento l’unico di cui abbia una conoscenza diretta ed è un libro che non corrisponde all’idea di romanzo in purezza perché ha, invero, una struttura dall’ampio respiro che non si cristallizza in un solo genere e, soprattutto, non ha un’intelaiatura regolare e conforme nella sua composizione. Una delle sue frasi più belle, infatti, che lo caratterizza e che l’autore affida ad un personaggio in particolare e particolare di per sé, alter ego dello stesso Gospodinov, Gaustìn, è: “I generi puri non mi interessano. Il romanzo non è ariano”. Con questa frase, e in questa veste liberativa, Gospodinov si svincola dalle costruzioni solite e crea un personalissimo espediente di riscoperta, permettendosi un riversamento totale all’interno delle pagine che avverrà tramite i ricordi, le riflessioni, le ideologie, gli sguardi ai decenni che ha vissuto e che cerca di salvare attraverso fotografie scritte che raccontano della sua crescita, della sua patria, delle storie che l’hanno accresciuta e che hanno formato tutti coloro i quali che ha conosciuto o che ha soltanto intravisto nel suo perdersi per i “corridoi laterali” delle loro menti, scrigni dischiusi quel tanto che basta ad un bambino per entrarvi senza rubare nulla, ammirandone i tesori. Azzarderei che tale costruzione ha delle vaghe venature agiografiche, laddove però nel concetto di santità s’investa attraverso una scorporazione dal suo significato più aderente per venire così assorbita dalla sacralità del racconto storico, autobiografico e conservativo.

In questo snodolo di storie, sono due le nervature più definenti sulle quali si tiene in equilibrio il libro: la prima è l’empatia, considerata come una vera e propria affezione attraverso una diagnosi, che va, via via, a incastrarsi nella seconda che è, invece, affidata all’autoidentificazione, tramite l’empatismo, nel mito greco del Minotauro. A sua volta, il mito del Minotauro, e la sua quasi personificazione nella voce narrante dello scrittore, porta in essere altre due tematiche che sono il labirinto personale di ognuno, fatto di memorie e angoli bui inespressi, che può essere percorso e quindi scoperto, e la colpa  che lo stesso Minotauro, ovvero l’essere umano, sconta senza che abbia una parte attiva nella causa scatenante: “Io sono il Minotauro e non sono assetato di sangue, non voglio divorare sette giovani e sette fanciulle ogni volta, non so perché sono rinchiuso, non ho alcuna colpa… E ho una paura bestiale del buio”. A tutti, quindi, un giorno o l’altro, potrebbe capitare di sentirsi Minotauri, mostri generati da macchie altrui e relegati, soli e impauriti, nel buio labirintico che diverrà dimora senza che mai una risposta o una rassicurazione possano giungere a rischiarare. È questa, probabilmente, la forza motrice che non permette all’autore di proporre un racconto lineare perché “nessun labirinto e nessuna storia è lineare”. Nella sua non linearità, l’intero libro si trasforma in un’esperienza condivisa con il lettore che passeggerà altrettanto per le viuzze interne dell’enorme parco giochi di memorie, malinconie e vicende personali del narratore. L’importanza che è conferita a tali memorie è che daranno origine a un autentico viaggio interpersonale che diverrà, consolidandosi, un reale lascito scritto, “per non dimenticare”, attento alle scelte, ai gesti e alle azioni compiute o meno da ogni singola persona descritta dimodoché si compisse il percorso di intere generazioni passate, presenti e future.

Per via di queste concatenazioni di eventi e ricordi, che prima sono esperienze, poi diventano meditazioni e ragionamenti, poi ancora virano sui sentimenti, di tanto in tanto si perde attrito tra un paragrafo e l’altro durante la lettura. Parrebbe quasi di perdere il filo (che la stessa Arianna, nel mito, porse a Teseo) del discorso, procedendo, ma quando accade non accade perché dal mito ci si allontana, piuttosto è l’empatia che aleggia nella leggerezza descrittiva e riflessiva del ricordo che ci inghiotte nella singolarità del momento come se ne stessimo prendendo parte, prima di riaverci e renderci conto che anche la più apparentemente lontana digressione non è per nulla così distaccata dal labirinto e dal girovagare nelle sue varie stratificazioni emotive. Non a caso, quanto di più vicino all’idea di labirinto vi è il cervello, ancora oggi misconosciuto nelle sue sinuosità cerebrali. Il mito del Minotauro, in sostanza, tiene saldo il viaggio macroscopico dell’intera opera, che racchiude l’analisi e le osservazioni sul piano umanistico, ed al suo interno si inframezza il viaggio microscopico emozionale del bambino, del ragazzo e dell’adulto che peregrina nel proprio Io.

Gradualmente, il bambino diventa uomo e anche i suoi ricordi acquistano una precisione realistica più compatta che, però, poco alla volta, scemeranno sempre più. Il bimbo preda di empatie feroci che veniva risucchiato contro la sua volontà all’indietro nei tagli, nelle ferite e nei dolori altrui, con conseguenti solitudini inflitte e mancati rapporti umani, diventa un uomo melanconico che non si perde più nei “corridoi laterali” degli altri, là dove un tempo andava dimorando senza averne controllo, ma ripercorre i suoi sino ad arrivare, invecchiando, a diventare un “compratore di storie” per sublimare la perdita di tale capacità di immedesimazione. I suoi ricordi, impressi su carta per non essere perduti, diventano così un collezionismo surrogato per far fronte alla disempatizzazione e per “salvare cose e parole”. Riesamina, dunque, all’interno del mito, guerre, primi amori, indigenze, eventi familiari, segreti, la guerra e il Muro, la povertà, le prime invenzioni post-guerra, la rivoluzione sessuale, gli anni ‘80 e ‘90, le stesse tradizioni bulgare ecc. ecc., formando uno spaccato culturale e privato abbastanza consistente che perdere sarebbe un peccato. “L’invecchiamento di un empatico è un processo strano e doloroso. I corridoi verso gli altri e le loro storie, un tempo aperti, oggi risultano murati” ed è per questo che l’autore diventa un moderno Noè che, preda dell’abitudine che è la vecchiaia, salva nella sua arca, letteralmente, storie.

Fisica della malinconia va letto lentamente, lasciando che i cimeli individuali compongano, tessera dopo tessera, l’interezza del mosaico. Allontanarsi, dopo essersi avvicinati, è importante tanto quanto avvicinarsi per capire qual è il posto delle singole emozioni che compongono ogni singolo essere umano e con lui tutti gli altri singoli esseri umani che hanno costituito la loro storia ed anche la nostra. Personalmente credo anche che sia un libro paradossalmente sfuggente alle parole nonostante ne contenga moltissime perché non è affatto semplice, scrivendone, catturare l’essenza del ciclo vitale di un essere umano che prima nell’infanzia, poi nella giovinezza e infine nella vecchiaia si specchia nello scorrere delle primavere fiorenti, delle estati risveglianti, per finire nella caducità fioca dell’autunno. C’è sempre quel qualcosa di impalpabile che si sottrae alla spiegazione e non si riesce ad esternarlo quanto si vorrebbe. Ciò nonostante, è un libro pervaso da una poetica opalescente che soltanto se letto può essere ammirata: parlarne è immiserirlo, se non fosse per la sua bellezza, se non fosse per la sua fragilità.

I russi sono matti, Paolo Nori.

72189_0020_cover@001.inddSettembre, quest’anno, è coinciso con l’uscita di un nuovo Nori, I russi sono matti, edito da UTET, ed è stata piacevole la consapevolezza che tra le mani avrei avuto questo nuovo libretto, dal sottotitolo “Corso sintetico di letteratura russa 1820-1991”, a tenermi compagnia nelle ultime sere estive. Paolo Nori è uno scrittore e traduttore emiliano con uno stile di scrittura molto personale impossibile da non riconoscere. Il suo modo di scrivere disteso e dissigillato produce costruzioni conversative ed accoglienti, senza substrati nascosti che devono per forza essere indagati dal lettore nel tentativo di carpire dal testo quel che scrivendo vuole essere comunicato. Nel caso de I russi sono matti, s’intuisce ancor di più il tono colloquiale con il quale approccia al lettore, senza appesantirlo con della semplice, alle volte noiosa, nozionistica. Laureato in Lingua e Letteratura Russa, in veste di traduttore, ha tradotto molteplici autori russi come: Daniil Charms, Lermontov, Gogol’, Puškin, Tolstoj, maturando nel corso degli anni una conoscenza sempre più intima con le loro “inerzie secolari”. Uno dei motivi principali che porteranno Nori ad appassionarsi alla letteratura russa sarà perché “uno dei pregi della letteratura russa è che è la letteratura che fa star più male di tutte le altre”, cosa che comprende si da quando, quindicenne, leggendo Delitto e castigo per la prima volta si rese conto che “faceva più male” e quel “per il male” ce lo confessa apertamente. Non avremo quindi tra le mani un saggio algido di informazioni rigorosamente cronologiche o semplici episodi riguardanti la letteratura, avremo piuttosto una corposa interpretazione personale della stessa con al suo interno molti spunti riflessivi riguardanti la funzione artistica dello scrivere e dell’arte in genere, la censura, la capacità di liberazione di un uomo attraverso la comunicazione, la teoria dello straniamento e la differenza sostanziale tra lingua comune e lingua poetica e di come la prima abbia un effetto anestetico sulle percezioni, i cambiamenti naturali nel corso dei secoli ecc ecc. L’intento di Nori, inoltre, è quello di partire ed andar dietro alla letteratura russa, anziché fossilizzarsi sulle correnti letterarie, tentando di “allungare una mano” verso “l’inabbracciabilità” con tre tematiche fondanti: Il potere, L’amore ed Il byt. Sarà tutto supportato, inoltre, da aneddoti, curiosità sui vari scrittori, sul loro modo di vivere e di scrivere in un sistema politico complesso, sulle loro esperienze di vita che, spesso, sfociavano nei loro romanzi (come, ad esempio, la condanna a morte che Dostoevskij dovette affrontare e che narrerà poi ne L’idiota), in un equilibrato bilanciamento tra l’informazione e la formazione che Nori stesso si ritrova a ricevere anche come uomo grazie a tutto ciò che in quarant’anni ha letto ed assimilato.

Quello che più risalta, in lettura, oltre alla bravura di Nori di non sovraccaricare con concetti basilari, è l’esperienza che converge con la crescita di un uomo che per anni coltiva la sua dedizione e la sua passione. In un certo punto del libro, viene affrontato anche il concetto di spoiler, tramite il romanzo di Anna Karenina, e quanto in alcuni casi sia, secondo me, un condizionamento mentale piuttosto strutturato. Quando Nori racconta delle sue quattro riletture di Anna Karenina e di come ad ogni rilettura, per quanto già sapesse, la sua esperienza di lettore veniva comunque accresciuta apprezzando come se fosse la prima volta punti svariati del romanzo, ci racconta anche che tutto ciò era possibile perché alcune esperienze del suo privato si riflettevano nel romanzo ed il romanzo, quindi, pareva parlasse proprio di quel determinato tormento in quel determinato momento della sua vita. Non soltanto scrivere e descrivere le cose come se le si vedesse la prima volta, dunque, ma anche rileggere può far sì che l’avere dentro la pancia una “piccola macchina per lo stupore” che si aziona sia possibile e non sia soltanto una rimasticatura del conosciuto. Il libro non è più un mero strumento dal quale attingere ma ci viene mostrato come esperienza diretta che potenzia le nostre, di esperienze, e che ci permette uno sbalordimento continuo nel sapere. Lo scrittore, in sostanza, in una sorta di incanto, mette a nudo nuovamente il visibile, e non soltanto l’invisibile, in modo che venga alla luce anche sotto la coltre abitudinaria del giorno dopo giorno che ci rende ciechi. Tutte quelle minuzie che smettono di sembrare importanti perché fanno parte di movimenti routinari nel nostro quotidiano si riaffermano ai nostri occhi. La letteratura russa, pertanto, riesce a cogliere perfettamente la sacralità poetica dell’insignificante. A tal proposito, per darci appieno un’idea di tali insignificanze importanti, Nori inserisce all’interno del libro degli “elenchi di sacralità feriali” che spiegano in modo molto naturale e con l’aiuto di altre penne come, appunto, il mondo decida di palesarsi arbitrariamente a noi, quando ci dimentichiamo della sua esistenza, nelle cose apparentemente più trascurabili e marginali, rianimando la meraviglia. Le tre tematiche fondanti, così come ci vengono proposte, non sono nettamente slegate tra loro, anzi, i capitoli brevi che le compongono si armonizzano comunicativamente senza brusche interruzioni. Nel Potere: l’individualità di un singolo uomo, grazie alla vitalità dell’arte e all’ostinazione, rende possibile il cambiamento. Nell’Amore: la non teatralità dei rapporti quotidiani, del sentimento terreno e tangibile che si palesa trattenendosi però nell’umiltà del voler bene (si pensi all’amore tra Raskòl’nikov e Sònečka, mai enunciato dalla foga ma vivo nei gesti e nella comunione) rende possibile la compassione. Nel Byt: il visibile che tutti i giorni ignoriamo è reso di nuovo, e con più forza, visibile dalle parole che lo raccontano senza troppi artefatti, per quel che è.

Nessuna alterigia traspare dalle parole di Nori a seguito dei suoi studi e delle sue esperienze, comunica con noi nel pieno rispetto nei confronti di tutto ciò che da appassionato conosce e ci racconta. Consente, come lo stesso Šklovskij, che cita, afferma, che l’arte riattivi “una facoltà che abbiamo tutti, uno sguardo che c’è, dentro di noi, ma che salta fuori solo quando incontra una causa scatenante”, il tutto con un senso dell’umorismo singolare che un russo tra tanti, Nabokov, definirebbe “un uccellino che si contenta di una briciola”. Infine, tenete ben pronti carta e penna perché, man mano che si andrà avanti nella lettura, la voglia di appuntarsi ogni titolo citato per poi rinchiudersi in un bunker e leggerli tutti in un’unica full immersion sarà irresistibile.

(Nori può essere letto anche attraverso il suo blog che è: www.paolonori.it)

Racconto / 5.

Ero rigido e freddo, ero un ponte, stavo sopra un abisso. Di qua avevo le punte dei piedi, di là avevo confitto le mani, e mi tenevo rabbiosamente aggrappato all’argilla friabile. Da una parte e dall’altra mi si agitavano le falde della giacca. In fondo rumoreggiava il gelido torrente popolato di trote. Nessun turista si smarriva fino a quelle impervie altezze, il ponte non era ancora registrato nelle carte topografiche. Così me ne stavo e aspettavo. Dovevo aspettare. Un ponte, una volta costruito, non può cessare di essere ponte senza precipitare.
Una volta, era verso sera – la prima? la millesima? non so –, i miei pensieri erano sempre confusi e giravano in tondo. Verso sera, d’estate, il torrente scrosciava più buio, udii un passo d’uomo. A me, a me! Stenditi, ponte, mettiti in posizione, trave senza spalletta, reggi colui che ti è affidato. Pareggia insensibilmente il suo passo incerto, ma se vacilla, fatti conoscere e come una divinità montana scaglialo a terra.
Quello venne, mi percosse con la punta ferrata del bastone, sollevò con essa le mie falde e me le aggiustò addosso. Infilò la punta nei miei capelli folti e ve la lasciò a lungo, probabilmente guardandosi ansiosamente intorno. Ma poi – stavo appunto seguendolo nel sogno per monti e valli – mi balzò in mezzo al corpo a piedi pari. Rabbrividii per un dolore lancinante, ignaro di tutto. Chi era? Un bambino? Un sogno? Un bandito? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi girai per vederlo.
Un ponte che si volta! Non mi ero ancora voltato che già precipitavo e già ero straziato e infilzato sui sassi aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacifici nell’acqua impetuosa.

“Il ponte”, Tutti i racconti, Franz Kafka.

Tutti i racconti, Franz Kafka.

1Con le narrazioni odierne, si tende ormai verso una ricerca spasmodica di letture compiute, che siano esse romanzi o racconti. C’è una continua pretesa verso storie che abbiano ogni sorta di elemento che le faccia apparire omogenee, ammorbidite, soddisfacenti nel momento in cui chiudendo il libro si ha tutto in ordine sotto agli occhi e nella mente. Questo anestetico effetto dilagante, questa didascalicità narrativa, ci tiene lontani da un elemento fondamentale, che in lettura dovrebbe essere imprescindibile, e quell’elemento è l’incompiutezza, che smuove poi l’immaginazione. L’incompiutezza, nelle storie, non necessariamente le rende incolori nel loro nocciolo intuitivo, spesso, anzi, fa sì che persino un racconto breve o un abbozzo spedito e vivace con personaggi stringati, possa concedere cunei immaginifici altrettanto soddisfacenti. Non è affatto semplice, inoltre, per uno scrittore, destreggiarsi con la precisione chirurgica di scritti meno dilatati, che contengano quel che è giusto per non apparire né scarni né soffocati. Ci vuole un chiara dimestichezza, o per meglio dire una chiara messa in discussione delle proprie capacità, con molto allenamento nelle costruzioni, per portare un racconto o un racconto breve nella schiera delle letture gradevoli e che, nel tempo, non sbiadiscano dalla memoria.

L’iniziazione attraverso i racconti, laddove vi siano pubblicazioni e nel caso in cui ci si trovi dinanzi ad autori altrettanto prolifici in prosa, è sempre l’ideale per arginare lo scoglio della fama e della presunta difficoltà (come spesso accade, ad esempio, con i russi) createsi negli anni. Nel caso specifico, leggere i racconti di Kafka aiuta a comprendere quanto Franz fosse un autore incontentabile; riscriveva di continuo e in varie forme i suoi manoscritti, che altrettanto spesso restavano incompleti, ed è per questo che il tentativo di Max Brod, in Tutti i racconti, di rimarginare le ferite lasciate aperte da Kafka è stato piuttosto arduo. Non vada mai dimenticato, oltretutto, che è solo grazie a Brod se ancor’oggi possiamo godere degli scritti di Kafka, avendo reciso quella promessa di eliminarne ogni memoria dopo la sua morte. In Lezioni di letteratura, prima di addentrarsi ne La Metamorfosi di Kafka, Nabokov scrive: “Possiamo smontare la storia, capire come i vari pezzi si incastrano l’uno nell’altro, come le varie parti della struttura si armonizzano fra loro; ma è necessario che abbiate dentro di voi una cellula, un gene, un germe che vibri in reazione a sensazioni che non sapete definire né potete ignorare. Bellezza più compassione – questo è il concetto che maggiormente si avvicina a definire l’arte. Dove c’è bellezza c’è compassione, per il semplice motivo che la bellezza è destinata a perire: la bellezza muore sempre, la forma muore con il contenuto, il mondo muore con l’individuo.” L’impressione iniziale dei racconti non è, appunto, di completezza: vi è, nei mezzi toni sfuggenti delle atmosfere, una temerarietà scarna di dettagli che lascia però risplendere i tratti caratteriali asciutti dei protagonisti, creando un perfetto contrasto assieme alle molteplici gradazioni emotive dei personaggi. L’accenno di Nabokov alla compassione, che si infiltra nella e dalla bellezza, in Kafka è peculiare, quasi diventa un’unione accalorata e mai incerta nell’evolversi delle storie. Parliamo di storie spesso allegoriche, di storie che hanno in sé sì umanità ma che se ne servono tramite molteplici forme diverse di vita. Non sarà, quindi, inusuale ritrovarsi a leggere storie con soggetti animali personificati che hanno una coscienza tale da pensare, capire e riflettere come essere umani. La Metamorfosi, appunto, tra gli esempi più riconosciuti ma in tal senso vanno citati anche racconti come La tana o Indagini di un cane. Non sarà inusuale leggere Il ponte e ritrovare quella compassione di cui parla Nabokov per un’intelaiatura solitaria che attende da tempo un passo d’uomo che lo calchi e che appena accade, nella felicità, prova dolore per passi troppo violenti che in una malriposta fiducia lo faranno precipitare. Kafka riesce con costruzioni apparentemente svelte e brevi ad unire l’esistenzialismo all’aspetto psicologico, e non soltanto perché gli aspetti interiori  si riflettono nella sua scrittura, piuttosto è tutto ciò che circonda l’uomo ad essere parte integrante dell’uomo stesso senza tralasciare così la condivisione inconscia. L’afflizione, la malinconia, il dolore, sono tutti elementi che non escono mai fuori dalla realtà che trapianta su carta, tant’è che la predominanza realistica dei suoi scritti intercede nelle emozioni con l’intento preciso di non vanificare l’irrealismo di alcuni personaggi. È per questo che leggere di un cane anziano  che riflette sulla vita o sulla sua giovinezza non lascia intuire che non possa realmente esistere, anzi, l’umanità che lo contraddistingue è così percettibile che diventa possibile anche l’immedesimazione.

Non posso, in ultimo, non citare le parole che Paolo Villaggio affidò a Mario Sesti, in una delle ultime interviste prima della sua morte: “In Kafka c’è un’atmosfera molto particolare e anche un’angoscia mortale. La stessa che ho io ora. Kafka è il più importante angosciatore mondiale. Bisogna aver paura mentre lo leggi”. Ed accade davvero quella paura, perché, a differenza dell’immersione estraniante nei russi quando li si legge, Kafka in un margine di esistenza e dolore, con al centro svariate tonalità antropiche, suona una ballata di animi sofferenti, insoluti ed affannati che mette in luce le loro debolezze senza alcun timore e che permeano nella loro quintessenza in noi lettori, senza poter in alcun modo schermarci.

Poesia / 4.

Forse un fruscio di bicicletta ancora
col sabato dolce ti svia
per alberi e bivi di pioggia
e trepide nebbie di fuoriporta,
angelo forestiero, passeggera
colomba inventata e perduta.
E forse già immemore t’allontani
dal viso che fu nostro, e nel giro
delle tue gambe lunghe, nel volo
lieve della tua gonna di cotone,
un altro anno, un’altra storia si consuma.
Ma io qui rimasto a contare
le cicatrici della sabbia, le collere
dell’acqua che s’annera, io così povero
da non potere neanche me donare,
che cosa farne del tuo ricordo,
dei colori di te che si scancellano?
Una figura almeno per i miei viaggi a mani vuote,
malinconica voce anniversaria,
versi da leggere solo una volta,
scritti dietro una busta.

“A Sesta Ronzon, dovunque si trovi”, Asta deserta, L’amaro miele, Gesualdo Bufalino.

Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino.

3Avviene spesso, nella vita, che ci siano autori ai quali ci si affeziona più degli altri, accade imprescindibilmente un po’ a chiunque, prima o poi, di leggere un autore e sentirlo particolarmente affine, di avvertire nella sua scrittura lembi di incertezze simili alle nostre più di quanto non avremmo sperato, pensato, immaginato. Avviene una coincidenza nello specchio nettato dallo scrittore di consistenze similari che scaturiscono, prima ancora che dal senso degli scritti, dall’autore stesso, che sia uomo o che sia donna, e se ne riconoscono i tratti antropici rassomiglianti sparpagliati nelle pagine che ci fanno sentire raccolti dal terreno che abitiamo per essere invitati a conoscere un terreno poco più lontano, con un fondo di metaforiche analogie emotive che smettono di apparire disumanamente dissimili e lontane. È passato troppo tempo perché io ricordi come sia effettivamente arrivata a scoprire Bufalino, a leggerlo, a tentare di carpirne l’essenza introversa e schiva, non saprei davvero dire con esattezza cosa abbia influito perché nascesse, in seguito, una singolare tenerezza verso questo scrittore rintanato, sta di fatto che credo fermamente meriti, ancor’oggi, qualche parola, pacata e paziente, che non permetta alla luminosità polverosa dei suoi scritti di oscurarsi.

In un’intervista del 1977, “Bufalino, dicerie intorno a uno scrittore”, curata da M. P. Farinella e R. Minore, che si può ascoltare su Rai Cultura, tutto ciò che intendo per affinità verso l’autore, risalta perfettamente. Nell’intervista ci viene sì presentato “il caso letterario” di Bufalino ma al contempo ci viene concesso di posare l’occhio sull’affresco personale del “collezionista di ricordi, del seduttore di spettri” che era l’uomo dietro alle sue parole di scrittore. Gesualdo è stato un uomo, per quel che ci è concesso di sapere, che per lunghissimi anni ha formato, protetto dalla torre d’avorio dei suoi scritti, dei suoi ricordi, delle sue memorie, dei suoi libri e della sua solitudine, ed in silenzio, l’arte della sua scrittura mentre il suo quotidiano si riversava nell’insegnamento in un istituto magistrale. L’idea di un’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, per lui, non era altro che “scheggiarsi, disseminarsi in mille specchi che sono le coscienze dei lettori, è una frantumazione, è un modo di frantumarsi che ha una sua sinistra tristezza che io ho voluto finora evitare, anche perché, in fondo, quando uno scrive e scrive per sé solo può abbandonarsi ai suoi vizi e ai suoi eccessi più straordinari senza temere né giudizi di critici né intrusioni di lettori e quindi con un beato senso di impunità” e questo, probabilmente, affiorava per via della sua riservatezza, per quel suo essere “come quei marinai che si sono affezionati allo scoglio dove hanno fatto naufragio e non sono del tutto riconoscenti alla nave che li viene a salvare” consapevole di quanto fosse un “alibi della vanità” nel momento in cui la pubblicazione avvenne sul serio. Abbiamo dinanzi, dunque, un uomo arroccato nel suo intimo, a Comiso, suo avamposto natale, che si contrappone per antonomasia al fervore delle riconoscenze pubbliche, al pubblico gaudio che, spesso, comporta più tormenti che soddisfazioni. Bufalino, infatti, si rivela al pubblico tardivamente, solo all’età di 61 anni il suo velo anarchico di riserbo e silenzio viene snudato, grazie al romanzo la Diceria dell’untore, che nel 1981, anno del suo debutto letterario, gli valse il premio Campiello. Dall’intervista, la stessa Elvira Sellerio, suo editore, ci racconta di quando prima della pubblicazione di “Comiso ieri”, libro di vecchie fotografie locali, le venne presentato anche un testo a supporto, di questo professore locale, scritto elegantemente e con una tale padronanza linguistica che non poté passare inosservato, al punto che persino Sciascia, discutendone, fu d’accordo in un tentativo di scoperta. Elvira sosteneva che una tale competenza lessicale non poteva che nascondere un autore, seppur inemerso, ed ebbe ragione: Bufalino, aveva ben due manoscritti portati a compimento e fu così che venne, infine, ‘smascherato’. Un esordio in un certo senso rimpianto perché, dopotutto, come si evince dalle sue stesse parole, “con un po’ di pazienza io avrei esordito felicemente da postumo, che è la sorte più bella”. Nacque, quindi, nacque per il pubblico, per la critica, uno di quegli autori che in poco più di un decennio divenne parte di quegli stessi classici che amava leggere. Questo non cambiò molto la sua esistenza, dovette certo imparare a gestire la popolarità, le intrusioni esterne alla sua tranquillità, ma la sua vita restò per lo più invariata, nelle sue abitudini e nei suoi angoli.

La Diceria dell’untore viene alla luce dal ricordo, o per meglio dire da un’esperienza dolorosa di vita di Gesualdo che nel 1944 si ammala di tisi ed è costretto ad una degenza di due lunghi anni in due diversi sanatori. Sarà questo il fulcro cardine del romanzo, più volte riscritto negli anni, dopo la sua prima stesura. La storia, con un’ombra autobiografica, si svolge per l’appunto in un sanatorio siciliano della Conca d’Oro, la Rocca, ove questo giovane ammalato dovrà fare i conti col fantasma onnipresente della morte a raschiargli in gola un sapore dolciastro di sangue, dividendo lo spazio del suo corpo smagrito con altri morti o pretendenti tali. La vita, in sanatorio, era piuttosto un’illusione temporale, si incuneava nell’eterna attesa falciante della Grande Signora, con il suo sibilo freddo dietro la nuca come monito alle allegrezze, alle spensieratezze, ai sogni; non si sognava, alla Rocca, una vita colma, si sognava, semmai, una colmità che da dietro l’esistenza potesse in qualche modo portare una parvenza di normalità, “Che altro eravamo, del resto, noi qui della Rocca, se non, ciascuno, un guardiano di faro scordato dagli uomini sopra uno scoglio di Mala Speranza?”; non era semplice vivere in quell’aura di morte, non era semplice avvertire il male espandersi nel petto, non era semplice avere una comunanza umana con i suoi abitanti che non fosse permeata di disfatte e scadenze ben precise. Eppure, nonostante tutto, l’uomo resta vivo, vive perché occupa il suo spazio e nello spazio del suo corpo macilento la vita non è meno vita di una vita progettuale, sana, rischiosa, come lo è per i mortali senza affezioni. Accade addirittura, un giorno, che la febbre, che lo stato febbricitante onnipresente della fronte, non provenga immediatamente dal male che buca sempre più a fondo nella carne, accade che si irradi dai sensi, da un’ebrezza scatenata da un corpo, un corpo morente, caldo, che si mostra nelle sue venature bluastre in un ballo, e che si impigli sotto la pelle trasformandosi in esaltazione, diventando una ballata sottile di cigno sofferente che rinfocola gli entusiasmi, le energie. Accade l’amore, alla Rocca, accade l’amore al giovane protagonista che si sente d’un tratto sperlato come un rosario sgranato dalle effusioni. Marta, un miscuglio, Marta, di sottigliezze e racconti costellati di dettagli inventati che non rendono meno reali le sue parole, che anzi vengono fuori dalla sua bocca esangue più dolci, rilucenti di nascondigli dell’animo dove non si sa mai se a parlare sia il cuore o l’asprezza di una condanna. Una storia, una diceria appunto, quel “troppo discorrere intorno a persona o cosa” che finirà in un rimorso, nel rimorso d’essere ancora in vita “in una condizione così teatrale, in bilico tra vanagloria e spavento”.

Quando lessi la Diceria per la prima volta non fu affatto semplice, molto più spaesata di adesso percepivo in modo totalizzante una cultura sconfinata, percepivo riferimenti per cui non possedevo strumenti adatti a coglierli ma quello che riuscì nel non farmi desistere fu la prosa. La prosa della Diceria non è una prosa complessa, non è incomprensibile perché incavata in iperboli dilatanti e fuorvianti, ma ha dentature di virtuosismi mordenti come non mi era ancora capitato, allora, di leggere. L’intero romanzo è pervaso da un perenne suono d’anticaglie, dal sapore primitivo di una lingua malleabile perché compresa, studiata, assimilata, ogni pagina è vitalizzata, per contrasto alla morte, dal manto di un linguaggio rotondo e florido come una giovane donna inondata dal sole del sud a mezzogiorno, fuori da un granaio. Se la Luna, lassù, guardata e afferrata come fosse una moneta, non dovesse bastare a rendere la precisione di uno scrittore e per questo leggerlo, che basti l’aver precisamente dato senso a quella sensazione straniante di chi soffre e si trova costretto a sentire che “è difficile stare morto fra i vivi”.