Paradiso perduto, Henry Miller.

Riuscite ad immaginare la vostra vita senza il simbolismo? Riuscite, seppur a fatica, a distaccarvi dai continui simbolismi che dalla nascita ci vengono inoculati nella mente? La vita stessa, può esistere senza contenere simbolismi? È praticamente impossibile pensare di alienarsi, non essere parte di, prendere parte a, senza l’ideale di un simbolismo. Le religioni, prima di ogni altra cosa, rappresentano il simbolismo e si reggono sui simbolismi, e sono il primo approccio, crescendo, al quale veniamo indirizzati. Al di là dell’eventuale santità, però, ci sono simbolismi che non nascono come tali, lo diventano. L’essere umano può, attraverso le sue azioni, divenire un simbolismo tramite un atto simbolico di cui non si rende affatto conto nel momento ma che, nel lungo periodo, verrà a reclamare il suo stesso esserlo stato, dando adito ad un processo di sdebitamento inconscio in chi quell’atto simbolico l’ha ricevuto. Il fulcro di Paradiso perduto sta tutto qui: nell’attuazione istintiva del simbolico con una postuma capitolazione senza avvisaglie.

Nel ’36, Anaïs Nin fa conoscere ad Henry Conrad Moricand, per un impulso di sopravvivenza, nella speranza di distanziarsi da quel fardello d’uomo tetro e capace di incupire gli altri più di quanto dall’apparenza si potesse dedurre. L’idea fu quella di avvicinare due persone molto diverse da tra loro con la prospettiva che potessero in qualche modo equilibrarsi a vicenda. Pian piano, tra i due, nasce una sorta di confidenza, Henry infaticabile ascoltatore, scrittore alle prime armi con una tendenza a sfaldarsi in qualsiasi direzione, Moricand più saggio di quanto la vita stessa gli permettesse di essere, tra stenti ed auto-affossamenti, studioso di astrologia ed occultismo. Sin da subito, l’impressione che Miller ebbe di Moricand fu quella di un uomo che vivesse interamente nel passato, per meglio dire “di uno stoico che si trascini dietro la propria tomba”, di un uomo, quindi, che per quanto tentasse di essere onesto ed imparziale, di fatto, aveva in sé un germe ben piantato di slealtà. Henry cercò di non dare troppo peso a questa sensazione, si concentrò piuttosto sulla seconda impressione che ebbe, quella di un essere sospettosamente intelligente. Al contempo, Moricand non aveva granché percezione di Henry, non conosceva i suoi scritti, l’unica cosa che subito attirò la sua attenzione era che fosse del Capricorno, al punto da tracciargli un quadro astrale, appendendoselo in camera, come faceva generalmente con ogni quadro, compreso il suo, che metteva su carta. Questa analogia bastò a far continuare, per qualche anno, la loro amicizia, se così la si può definire. Di lì a breve, la guerra li avrebbe separati ma, prima che succedesse, Moricand si presentò, un giorno, con un dono per Henry, preso durante una passeggiata lungo la Senna: un libro, un libro donato come se fosse la cosa più spontanea e colma di ammirazione che avesse mai fatto. Il libro era Seraphita, di Balzac, e divenne uno di quei libri divinatori ed illuminanti che nel tempo restarono intoccati per Henry. Eccolo, l’atto che diviene simbolismo, che lega colui che lo riceve allo sdebitamento inconscio verso il simbolo stesso. Per Miller, inconsapevolmente, quel gesto, quel libro, divenne una futura condanna.

Terminata la guerra, fino al ’47 di Moricand non si ebbero più notizie, Henry pensava addirittura ad una sua eventuale morte, salvo poi, un giorno, ricevere una lettera da una principessa italiana che intercedeva su richiesta di Conrad, laddove avesse mai scoperto il nuovo indirizzo di Miller. Henry fu sollevato di saperlo vivo, gli rispose immediatamente e senza pensarci gli chiese se ci fosse qualcosa di cui avesse bisogno o che potesse fare per attenuare le sue fatiche. Le numerose risposte supplichevoli e disperate di Moricand non si fecero attendere, risposte dettagliatissime sul suo stato indigente in Svizzera, sull’impossibilità di fare alcunché per migliorarlo, su quanto la guerra lo avesse debilitato e via dicendo. Henry, che si era appena trasferito nella sua nuova casa a Big Sur, in California, avvertiva quella disperazione come qualcosa da alleviare e l’unica idea, non potendosi permettere di mantenerlo economicamente a distanza, che gli venne in mente fu quella di ospitarlo in casa propria e di condividere quel poco che avevano senza remore. La moglie non fu entusiasta dell’idea, in primo luogo perché Moricand non era certo una persona capace di rendere interessante una convivenza, in secondo luogo perché non capiva cosa Henry gli dovesse al punto da metterselo dentro casa; Henry non seppe spiegarlo: “Cosa dovevo a Moricand? Nulla. E tutto. Chi era stato a mettermi in mano Seraphita? Mi sforzai di spiegarle la situazione. Rinunciai a metà strada. Compresi l’assurdità del tentativo di formulare una simile spiegazione. Nient’altro che un libro! Era da pazzi tirare in ballo un argomento simile.” Il viaggio venne organizzato e Moricand arrivò. Inizialmente fu colpito dalla “Terra dell’abbondanza”, dall’oceano, dalla pace che sembrava regnare ovunque, dalla piccola e modesta dimora di Miller, si sentì confortato e non ci volle molto per ambientarsi nel piccolo studiolo che gli era stato riservato. Quello che, però, avvenne in seguito mise a durissima prova la generosità di Henry fino al punto da renderlo insofferente. La differenza sostanziale tra Miller e Moricand era una: Henry aveva sempre avuto una capacità altissima di adattamento, Conrad invece restava, ovunque andasse, ancorato ai suoi capricci senza mai considerare che il mondo intero non era la sua Francia e che soprattutto l’America non era un contenitore ricolmo per ogni sua maniacale esigenza; ad esempio, non comprendeva come una terra con così vaste possibilità non avesse un determinato tipo di sigarette, di medicinale, di carta da lettere, tutte inezie che nonostante tutto Henry tentava di cercare ma che, ovviamente, non erano disponibili dall’altra parte del mondo. Il clima in casa, in breve, divenne insostenibile, più passavano i giorni più Moricand diveniva lugubre, funereo e che Henry cercasse di farlo ragionare mostrandogli l’effettivo “Paradiso” che avevano attorno non serviva a nulla. Due furono le motivazioni scatenanti che portarono ad una asfissia conviviale, la prima è che Moricand soffriva di quella che oggi chiameremmo dermatite psicosomatica, che rappresentava in pieno quel suo voler impietosire allo stremo gli altri senza però fare nulla che potesse farlo star meglio, come ad esempio seguire i consigli di un medico, cosa che Henry gli mise a disposizione; la seconda, che venne manifestata una sera a cena, è che Moricand, nel suo periodo parigino, abusò di una bambina, con il consenso della madre della stessa. Henry non volle neanche approfondire se quel che stava raccontando avesse un che di veritiero o meno, da padre amorevole con la sua Val, decise che si sarebbe sbarazzato immediatamente di quell’uomo parassita che già fin troppo li aveva oppressi e soffocati con la sua continua pressione mortuaria, infida e disturbante. La separazione, nel ’48, avvenne con numerosi problemi e rimostranze da parte di Moricand che, infine, si dimostrò più ingrato di quanto lo stesso Miller avrebbe mai potuto sperare.

Paradiso perduto, è un orpello di narrativa purissima, intriso di considerazioni, anche piuttosto banali, che se scritte però da Miller, diventano magistrali. La banalità viene percepita come tale in quanto chiunque può farsene padrone, nei propri discorsi, perdendo quindi senso e profondità a favore del continuo abuso ma questo non prescinde che non contenga, in un substrato più nascosto, un fondo di veridicità ben presente. Inoltre, la capacità descrittiva e ritrattistica di Miller fa sì che il racconto di uno spaccato di vita riesca ad essere pregno di quel grottesco che tanto lo ha rincorso nella sua esistenza.

Come scriveva il buon Roth: “Non c’è mai niente che mantenga quel che promette”, neanche un atto simbolico come fu per Miller quel Balzac.

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Nel male e nel bene, Laura Valzan.

Nel male e nel bene è una raccolta autoriale, edita da Europa Edizioni, di una giovane donna che, grazie alla poesia, esteriorizza coscientemente una dualità emotiva, incarnandola nel mito fiabesco di Odile ed Odette, da “Il lago dei Cigni”. Odile ed Odette, rappresentano due riflessi irradiati dal medesimo specchio: il riflesso del male che sovrasta il bene ed il riflesso del bene che sovrastato dal male risorge dalle acque scurite dal sortilegio, per librarsi in una morte chimerica nel favore di una delicatezza dei sensi raffrontata. Se ci si permette un’astrazione concettuale, potremmo addirittura affermare che la poetizzazione del mito di Odile ed Odette si estende alla forzatura esterna che si subisce riguardo l’illusoria perfezione richiesta ed esigita dal mondo esterno confezionato, nel caso di Odile, e alla rafforzatura interna che si crea, rinascendo in un atto sublimativo che si affranca dal dolore contraente e si immerge in un unico centro traslucido che smette di ristagnare nei suoi stessi riverberi, nel caso di Odette.

Vedere impressa su carta una giovinezza femminile che disvela il presagio ed il sentore di un’Odile che incrina le sue mezze punte, le sue malinconie, le sue tristezze, un amore presente ma non concretizzato, ha una sua austerità ben precisa: non si dissolve nella tenerezza spesso richiamata dalla gioventù, se letta in uno scatto avanzato di vita; così come la morbidezza e la pazienza della danza di Odette, permea le pagine di confidenzialità verso il proprio Io, riconosciuto.

Leggere poesie, col passare del tempo, sta diventando un atteggiamento di nicchia stigmatizzato dall’ossessiva ricerca di storie, di trame, di leggerezze descrittive che possano distrarci dal lavoro che ci occlude, dalle incombenze giornaliere, dal doversi sempre dimostrare impeccabili, infallibili, al passo con i tempi e con la realtà ma anche predisposti al futuro ad ogni costo, pressioni che inevitabilmente ci sfiancano e ci orientano verso una perpetua ricerca di distrazione nel poco tempo libero dalle convezioni che rimane, cosa tra l’altro sacrosanta. In poche parole, si ha la distorta percezione che leggere poesie sia più difficoltoso ed incomprensibile di quel che, di fatto, è. Il sistema scolastico, in primis, arriva difficilmente ad una programmazione letterale più recente, tendendo così ad un approccio poetale con tipologie di poesie più sintattiche, con interpretazioni prosaiche che ne aumentano gradualmente la distanza. La poesia contemporanea, soprattutto, per via questo distaccamento, sbiadisce in un marasma di forme di scrittura più immediatamente identificative per il lettore. Per contrasto, quindi, uno dei consigli che più mi permetto di dare, riguardo le letture che si ha voglia di intraprendere, che siano racconti, saggi, romanzi ecc., è quello di comprare anche, al contempo, un libro di poesie. La concezione poetica, l’inclinazione poetica, non è strettamente legata alla scrittura poetica, anzi, è piuttosto una coltre che ricopre, tramite la sensibilità personale, ogni cosa alla quale ci si avvicina. Tutti, se disposti a riconoscerlo, abbiamo una tendenza poetica, ma laddove viene soffocata dalla mancata abitudine, perché di abitudine si tratta, prima ancora che di gusto personale, si attua una privazione inconscia complessa da reintegrare. La poesia non deve rappresentare la persona che siamo, il lettore che siamo, deve far sì che la persona che si è possa giungere ad una dischiusione emozionale tale da sentirsi accolti nel testo e in quello che, in un dato periodo storico, il testo rappresenta e dichiara. Il linguaggio di Nel male e nel bene, riesce, per l’appunto, in questo: compie una mediazione linguistica che non respinge la comprensione, non ostracizza lo spettro emotivo pur conservando fedelmente la genesi poetica comunicativa, con un parapetto di ricordi che creano cancellate ben definite, seppur scrostate.

Quanto può sopportare un corpo umano?” si chiede la scrittrice, prima di tendere le dita verso un rinnovo fisiologico e mentale, Molto, diremmo precipitosamente da lettori, ed è vero: Odile ed Odette sopportano una sacrilega schiavitù intemperia, una schiavitù che diverrà condivisione e si aprirà con volteggi di piume immacolate, in un lago acquietatosi.

Stralcio / 1.

C’era sempre il pericolo, con un tipo come me, di diventare o un santo o un fanatico.
̶  Non un pazzo, eh?
̶  Jamais!
̶  Ma una specie di scemo, è così?
La risposta fu: sì e no. Avevo un profondo senso religioso, una tendenza metafisica. C’era più di un pizzico del crociato, in me. Ero umile e arrogante insieme, un penitente e un inquisitore. E via dicendo.
̶  E tu pensi che una conoscenza più profonda dell’astrologia servirebbe a superare queste tendenze?
̶  Non direi proprio questo,  ̶  rispondeva lui.  ̶  Direi semplicemente che ti aiuterebbe con maggior chiarezza… a leggere nella natura dei tuoi problemi.
̶  Ma io non ho problemi, – ribattei. – A meno che non siano di natura cosmologica. Sono in pace con me stesso… e col mondo. È vero non vado d’accordo con mia moglie. Ma nemmeno Socrate andava d’accordo con la sua, se è per questo. Oppure…
Mi interruppe.
̶  Benissimo, – attaccai io, – dimmi una cosa: cosa ha fatto l’astrologia per te? Ti ha permesso di correggere i tuoi difetti? Ti ha aiutato ad adattarti al mondo? Ti ha dato la pace e la serenità? Perché ti gratti come un pazzo?
L’occhiata che mi diede mi bastò a dirmi che l’avevo colpito sotto la cintura.
̶  Scusami, – dissi, – ma tu sai che spesso sono rude e brusco a ragion veduta. Non è mia intenzione disprezzarti o prenderti in giro. Ma ecco quello che vorrei sapere. Cos’è che vale di più: la pace e la serenità oppure la sapienza? Se essere più ignorante ti rendesse un uomo felice, cosa sceglieresti?
Potevo indovinare la sua risposta. Era che in tali faccende non avevamo scelta.
Non ero affatto d’accordo. – Forse, – dissi, – io sono ancora troppo americano. Vale a dire, ingenuo, ottimista, credulone. Forse tutto quello che ho ottenuto dai fruttuosi anni trascorsi in Francia è stato un rafforzamento e un approfondimento del mio spirito interiore. Agli occhi di un europeo, cosa sono, io, se non un americano fino all’osso, un americano che espone il suo americanismo come una piaga? Ti piaccia o no, io sono un prodotto di questa terra dell’abbondanza, uno che crede nella sovrabbondanza, uno che crede nei miracoli. Qualsiasi privazione abbia sofferto, era affar mio. Non rimprovero altri che me stesso per i miei dolori e le mie afflizioni, per i miei insuccessi, per i miei errori. Quello che, secondo te, avrei potuto imparare grazie ad un approfondimento dell’astrologia, l’ho appreso dall’esperienza della vita. Ho fatto tutti gli sbagli che può fare un uomo… ed ho pagato lo scotto. Sono tanto più ricco, tanto più saggio, tanto più felice, se posso dire così, che se avessi scoperto attraverso lo studio e la disciplina il modo di evitare le insidie e i trabocchetti che costellano la mia strada… L’astrologia riguarda le cose in potenza, vero? A me l’uomo in potenza non interessa. Mi interessa ciò che l’uomo attua, o realizza, del suo essere potenziale. E che cos’è l’uomo in potenza, dopo tutto? Non è forse la somma di tutto ciò che è umano? Divino, in altre parole? Tu pensi che io stia cercando Dio. Non è vero. Dio è. Il mondo è. L’uomo è. Noi siamo. La piena realtà, questo è Dio: e l’uomo, e il mondo, e tutto ciò che è, compreso l’innominabile. Io sono per la realtà, se vuoi. E cos’è l’astrologia? che c’entra con la realtà? Sì, qualcosa ha a che fare. Come l’astronomia, come la biologia, come la matematica, come la musica, come la letteratura; e come le vacche in campagna e i fiori e le erbacce, e il letame che li riporta in vita. Sotto certi aspetti alcune cose sembrano esser più importanti di altre. Certe cose hanno valore, altre no, diciamo noi. Mentre tutto è importante e ha valore. Se consideri la cosa da questo punto di vista, sono pronto ad accettare anche la tua astrologia…
– Questo è un altro dei tuoi sfoghi, – disse lui, alzando le spalle.
– Lo so, – risposi. – Abbi solo un po’ di pazienza. Dopo verrà il tuo turno… Ogni tanto mi ribello, anche contro le cose in cui credo con tutto il cuore. Devo attaccare tutto, compreso me stesso. Perché? Per semplificare le cose. Sappiamo troppo… e troppo poco. È l’intelletto che ci mette nei pasticci. Non l’intelligenza. Di quella non ne avremo mai abbastanza. Ma sono stanco di ascoltare gli specialisti, stanco di ascoltare l’uomo che ha solo una corda al suo arco. Non nego la validità dell’astrologia. Ciò cui mi oppongo è farsi schiavi di un punto di vista qualsiasi. Si capisce che ci sono affinità, analogie, corrispondenze, un ritmo celeste e un ritmo terreno… come sopra, così sotto. Sarebbe il caos, se non fosse così. Ma sapendolo, accettandolo, perché non lo dimentichiamo? Perché non lo rendiamo una parte vivente della nostra vita, voglio dire, qualcosa di assorbito, assimilato e distribuito attraverso ciascun poro del nostro essere, e così dimenticato, alterato, utilizzato nello spirito e al servizio della vita? Odio la gente che deve filtrare tutto attraverso l’unica lingua che sa, sia l’astrologia, sia la religione, lo yoga, la politica, l’economia o qualsiasi alta cosa. In questo nostro universo, l’unica cosa che mi mette in imbarazzo, che mi fa capire che è divino e al di là di qualsiasi conoscenza, è che esso si presta così facilmente a ogni genere di interpretazione. Qualsiasi definizione formuliamo, è giusta e sbagliata allo stesso tempo. E, qualsiasi cosa pensiamo dell’universo, non lo altera in nessun modo…
– Ma fammi tornare al punto da cui sono partito. Abbiamo tutti delle vite diverse da vivere. Vogliamo tutti crearci condizioni quanto più possibile scorrevoli e armoniose. Vogliamo tutti estrarre la piena misura della vita. Dobbiamo darci ai libri e ai professori, alla scienza, alla religione, alla filosofia, dobbiamo saperne tanto, e tanto poco!, per seguire il sentiero? Non possiamo svegliarci del tutto e capire queste cose senza la tortura che ci costringiamo a subire? (…)
Capire i propri problemi, essere in grado si sviscerarli più profondamente, eliminare quelli non necessari, nulla di tutto questo ha più un vero interesse per me. La vita come un peso, la vita come un campo di battaglia, la vita come un problema: questi sono tutti modi parziali di vedere la vita. Spesso due righe di poesia ci dicono di più, ci danno di più, del tomo più ponderoso di un erudito. Per imprimere a qualcosa un vero significato, bisogna renderla poetica. L’unico modo in cui accetto l’astrologia, o qualsiasi altra cosa, quanto a questo, è sotto forma di poesia, di musica. Se la visione astrologica porta nuove note, nuove armonie, nuove vibrazioni, è servita allo scopo: per me. La sapienza appesantisce l’uomo; la saggezza lo intristisce. L’amore per la verità non ha niente a che fare con la sapienza o la saggezza: è al di là dei loro confini. Qualunque sia la certezza che si possiede, è oltre il regno della prova. C’è un vecchio adagio che dice: «Ce ne voglion di tutti i tipi, per fare il mondo». Esatto. Ma lo stesso discorso non regge per i punti di vista o le opinioni. Metti insieme tutti i quadri, tutti i punti di vista, tutte le filosofie, e non hai una totalità. La somma di tutti questi angoli visuali non fa e non farà mai la verità. La somma di tutta la sapienza è una maggior confusione. L’intelletto perde il controllo di sé. La mente non è intelletto. L’intelletto è un prodotto dell’io, e l’io non può essere mai fermato, mai soddisfatto. Quando cominciamo a sapere quel che sappiamo? Quando abbiamo smesso di credere di riuscire mai a sapere qualcosa. La verità viene con la resa. Ed è muta. Il cervello non è la mente: è un tiranno che cerca di dominare la mente.
– Che c’entra tutto questo con l’astrologia? Nulla, forse, oppure tutto. Per te io rappresento un certo tipo di Capricorno; per uno psicanalista sono qualcos’altro; per un marxista un altro esemplare ancora, e così via. Che c’entra tutto questo con me? Che mi importa di come funziona il tuo apparecchio fotografico? Per vedere una persona nella sua interezza e per ciò che è, bisogna usare un altro tipo di macchina fotografica; bisogna avere un occhio ancora più obiettivo dell’obiettivo della macchina fotografica. Bisogna saper vedere attraverso le varie sfaccettature i cui riflessi scintillanti ci accecano nascondendoci la vera natura di un individuo. Più apprendiamo, meno sappiamo; più la nostra attrezzatura è vasta, meno siamo capaci di vedere. È solo quando smettiamo di cercare di vedere, quando smettiamo di cercare di sapere, che vediamo e sappiamo sul serio. Chi vede e sa non ha alcun bisogno di occhiali e teorie. Tutti i nostri sforzi e le nostre lotte hanno l’aria di una confessione. È un modo per ricordarci che siamo deboli, ignoranti, ciechi, inermi. Mentre non lo siamo affatto. Siamo tanto grandi e tanto piccoli quanto ci permettiamo di pensare che siamo.
– A volte penso che l’astrologia deve aver avuto inizio in un momento della evoluzione in cui l’uomo aveva smarrito la fiducia in se stesso. Oppure, per dirla in altre parole, quando ha perduto la sua interezza. Quando volle sapere invece di essere. La schizofrenia ha avuto inizio molto tempo fa, non ieri o l’altro giorno. E quando l’uomo si spaccò, si spaccò in miriadi di frammenti. Ma anche oggi, spezzato com’è, può recuperare la sua interezza. L’unica differenza tra l’uomo del tempo di Adamo e l’uomo di oggi è che il primo è nato per il paradiso e l’altro se lo deve creare. E questo mi riporta al problema della scelta. Un uomo può dimostrare di essere libro soltanto scegliendo di esserlo. E può agire in tal senso solo quando si renda conto che è stato proprio lui a togliersi la libertà. E, per me, questo significa che l’uomo deve lottare per strappare a Dio i poteri che gli ha dato. Quanto più Dio ritrova in se stesso, tanto più diviene libero. E più è libero meno decisioni deve prendere, meno scelte ha da fare. Libertà è un termine improprio. Certezza va meglio. Infallibilità. Perché, se si mira alla verità, c’è sempre un solo modo d’agire per ogni situazione, non due o tre. La libertà implica la scelta e la scelta esiste nella misura in cui siamo coscienti della nostra inettitudine. Chi inetto non è non ha bisogno di pensare, si potrebbe dire: sa quello che vuole, ha la strada fatta.
– Dirai che sono uscito dal seminato. Ma non è vero. Parlo un’altra lingua, ecco tutto. Dico che la pace e la gioia sono alla portata di tutti. Dico che la nostra natura sostanziale è divina. Dico che non ci sono limiti, né al pensiero né all’azione. Dico che siamo solo uno, non tanti. Dico che siamo qui, che non potremo mai essere altrove salvo che attraverso la negazione. Dico che vedere le differenze è creare le differenze. (…)
– C’è un’altra cosa che vorrei dire, per chiudere l’argomento una volta per tutte. Riguarda i nostri problemi quotidiani, soprattutto il problema della pacifica convivenza, che sembra essere il problema principale. Quello che dico io è che se andiamo incontro all’altro con piena coscienza della nostra diversità e delle nostre divergenze non impareremo mai le cose che occorrono per stabilire un rapporto naturale e serio. Per arrivare a qualcosa con un altro individuo è indispensabile scavare in profondità, fino a quel comune substrato umano che esiste in tutti noi. Non è un processo difficile, non c’è bisogno di essere uno psicologo o un lettore del pensiero. Non è necessario conoscere una virgola delle caratteristiche astrologiche degli altri, della complessità delle loro reazioni a questa o a quella cosa. C’è un sistema semplice e diretto per trattare tutti i tipi, ed è quello di trattarli con franchezza e onestà. Passiamo la vita cercando di evitare le ingiurie e le umiliazioni che possono infliggerci i nostri vicini. Una perdita di tempo. Se ci liberassimo delle paure e dei pregiudizi, potremmo affrontare l’assassino con la stessa tranquillità con cui ci accostiamo al santo. Mi stufo di tutte queste chiacchiere sull’astrologia quando vedo la gente studiare il proprio oroscopo per trovare una via d’uscita alle malattie, alla povertà, al vizio, o a qualsiasi altro guaio. Mi sembra un penoso tentativo di sfruttare le stelle. Parliamo del fato come qualcosa che ci sovrasta; dimentichiamo che ci creiamo noi stessi il nostro fato ogni giorno che passa. E per fato intendo i dolori che ci colpiscono, che sono il semplice effetto di cause non tanto misteriose come vorremmo far credere. La maggior parte dei malanni di cui soffriamo possiamo collegarla direttamente alla nostra condotta. L’uomo non soffre delle devastazioni create dai terremoti e dai vulcani, dai nubifragi e dalle maree; soffre per le proprie cattive azioni, la propria stupidità, la propria ignoranza e il disprezzo delle leggi di natura. L’uomo può eliminare la guerra, può eliminare le malattie, può eliminare la vecchiaia e forse anche la morte. Non ha nessun bisogno di vivere nella povertà, nel vizio, nell’ignoranza, nella rivalità e nella competizione. È in suo potere maturare tutte queste condizioni. Ma non le potrà mai mutare finché si preoccuperà esclusivamente del proprio destino individuale. Immagina un medico che rifiuta la sua opera per il pericolo di infezioni o di contagio! Siamo tutti membri di un solo corpo, come dice la Bibbia. E ci facciamo tutti la guerra l’un l’altro. Il nostro corpo fisico possiede una saggezza di cui noi, che ci stiamo dentro, siamo privi. Gli diamo ordini che non hanno alcun senso. Non c’è nulla di misterioso nelle malattie, nei delitti, nella guerra, nelle mille e una cosa che ci perseguitano. Vivete con semplicità e saggezza. Dimenticate, perdonate, rinunciate, abdicate. Devo proprio studiare il mio oroscopo per comprendere la saggezza di una condotta così semplice? Devo vivere l’ieri per godere il domani? Non posso forse cancellare istantaneamente il passato, cominciare subito a vivere la mia vita nuova… se è proprio questa la mia intenzione? Pace e gioia… Io dico che sono nostre, basta domandare. Giorno per giorno, è proprio quello che ci vuole per me. Nemmeno questo, in realtà. Oggi, e basta! Le bel aujourd’hui! Non era il titolo di un libro di Cendrars? Dimmene uno migliore, se sei capace…
Naturalmente, non declamai questa tirata tutta in una volta, e nemmeno con queste precise parole. Forse molte cose ho solo immaginato di dirle. Non importa. Le dico adesso, se non le dissi allora. L’avevo tutta in mente, non una volta sola, ma spesso. Prendetela per quel che può valere.

Henry Miller, Paradiso Perduto.

Anatomia dell’immagine, Hans Bellmer.

Nel tempo, in me si è formata una certa convinzione, basata su percezioni personali e su una trasposizione di significati su cui le letture stesse mi hanno portata a riflettere. Un artista, qualsivoglia sia l’arte che lo porta in essere, tende e tenderà con la crescita di se stesso e della sua formazione culturale e personale ad inserire nelle proprie opere degli spiragli della sua unicità. Questa peculiarità, in arti come la scultura, la pittura, arti visivamente più immediate, diverrà un tratto caratteristico pressoché riconoscibile e riconducibile all’autore anche a distanza di decenni; l’impronta artistica, quindi, verrà sempre percepita più o meno chiaramente grazie ai vari tratti caratteristici soggettivi di chi crea. Prendendo, però, ad esempio la scrittura, dovrà esserci un’investitura di energie maggiore, da parte del lettore, per far sì che la peculiarità individuale dello scrittore e il suo stile risalti dagli scritti. Leggere un solo libro di uno scrittore qualsiasi, per quanto famoso egli sia o sia stato, non è di fatto sufficiente per estrapolare quel che di sé ha inserito, più o meno palesemente, tra le righe. Uno scrittore va letto, e soprattutto riletto, molto perché il suo stile venga afferrato dal lettore e lo renda, appunto, identificabile. L’impronta artistica deriva, sostanzialmente, dalla crescita che la persona attraversa negli anni e saranno poi le esperienze, il progresso mentale, le influenze temporali e civili a plasmare il suo pensiero e le sue considerazioni più varie. Carpire questo tipo di evoluzione diretta di chi scrive, sarà quasi una conseguenza, e spiegare a parole lo stile e le caratteristiche univoche di chi si legge lo sarà ancor di più perché dalla sua parte, il lettore, avrà avuto la comprensione o l’identificazione dell’esperienza che emerge.

Hans Bellmer, da quel che ho potuto intendere, al contrario, fa parte di quella cerchia di artisti poliedrici e visionari che hanno anticipato le epoche e le correnti di pensiero, prima che eventuali esperienze influissero sui comportamenti o le creazioni; avendo precorso i tempi e con essi la carnalità fisica esposta ed innalzata in una concettualità più intellettuale, diviene un autore complesso da dispiegare. Nonostante si abbiano, oggi, conoscenze che permettano l’assimilazione di quello che ha messo per iscritto resta un autore molto evanescente se non si conoscono le sue opere, i suoi disegni, le sue sculture e le sue fotografie. È un artista che va guardato, non spiegato, va letteralmente osservato con un’indole da voyeur e sentito attraverso le sue composizioni. Detto ciò, tenterò comunque, e molto umilmente, di riportare uno sguardo d’insieme sull’Anatomia.

Anatomia dell’immagine è un altissimo, quanto sadico, virtuosismo erotico ed amoroso, una “disarticolazione” del corpo così come lo conosciamo in favore dell’annullamento percettivo comune, reincastrato in una sublimazione della materia che forma, di fatto, uno specchio dell’Io, guardato dall’interno. È un libro che non rientra in un genere predefinito, in alcuni punti potremmo avvertirlo come un trattato, in altri si pone come un’esemplificazione dello stesso processo creativo autoriale. Ad ogni grado di circostanza, tuttavia, prima di affrontarne la lettura è consigliabile una conoscenza più o meno consolidata dei suoi lavori, dei suoi disegni, delle influenze e della comunanza con altri artisti. L’argomento principe riflette, in particolare, la sua opera più conosciuta: la Bambola – Die Puppe – che, nella sua forma, composizione e concetto, può essere riassunta in una sua stessa citazione: “Per farcene un’idea chiara, precisa, diremo: il corpo è paragonabile a una frase che vi inviti a disarticolarla affinché, attraverso una serie infinita di anagrammi, si ricompongano i suoi contenuti veri”.

La Bambola di Bellmer, o per meglio dire il suo scomporre e ricomporre l’ideale conosciuto del corpo attraverso dei manichini dalle forme femminili, era una vero e proprio tentativo di rigenerazione erotica visiva, arrivando al culmine eidetico dell’immedesimazione personale nell’altro che diventa noi stessi; e per fa sì che questo accada, secondo Bellmer, l’innamoramento deve appartenere organicamente alla memoria di colui che vede perché ve ne sia piena coscienza, e la memoria venire dalla nascita stessa e dalle esperienze che si incamerano crescendo. Un libricino dalla scrittura così succinta, essenziale, non ha l’immediatezza che altri tipi di letture possono provvedere ad attrarre; leggerlo è piuttosto un singulto personale di compiacenza verso la tematica, favoreggiata dai disegni inseriti nell’edizione Adelphi, curata da Ottavio Fatica. È una malia circoncentrica che si attua nella fisicità del suo diametro più ampio, rappresentato dal corpo, e si interseca via via con la nobilitazione mentale della rielaborazione corporea, rappresentata dal fulcro centrale del mito di Narciso e del riconoscimento del Tu. Lo stesso Fatica, nel saggio in post-fazione, scrive che “Bellmer appartiene a una genia di artisti che vogliono diventare inumani” e l’inumanità sta nel suo voler “Adattare le giunture l’una all’altra, carpire alle sfere e al loro asse di rotazione l’immagine delle pose infantili, seguire piano piano il contorno degli avvallamenti, gustare il piacere delle rotondità, fare cose carine, e spargere non senza una punta di risentimento il sale della deformazione”. È chiara, quindi, anche nei suoi disegni, la ricerca di una sessualizzazione fisica scomposta ma analoga seppur differente da quella più immaginata.

Agli inizi degli anni ’30, alcune fotografie pubblicate in forma anonima, mai state attribuitegli, portarono Bellmer ad essere considerato, senza troppi scrupoli dal partito nazista germanico (dal quale Bellmer si discostò proprio grazie alle sue creazioni di artista per non dover contribuire in alcun modo lavorativamente parlando allo Stato) un degenerato, costretto così a fuggire; sarà poi la Parigi della metà degli anni ’30 ad accoglierlo e, nello specifico, diverrà un figlio adottivo del surrealismo: le sue opere, bandite dai nazisti in patria, intercedettero e parlarono per lui al punto che presero vita esposizioni e collaborazioni con artisti come Man Ray e André Breton, anch’essi affascinati dalla giovinezza e dalla sessualità femminile. Paul Éluard, nel Dicembre del 1934, pubblicò 18 scatti della Bambola sul giornale surrealista Minotaure. In Italia, inoltre, persino Buzzati si lasciò ispirare dalle bambole di Bellmer per alcune tavole del suo Poema a fumetti.

Poupée (Doll), 1935, minotaure

Autori del genere, autori che scompigliavano le tranquille vite quotidiane di chi avrebbe poi additato le opere, autori che non permettevano e non potevano essere ignorati, al punto da venire addirittura banditi, taciuti, considerati perversi, sono, ancora oggi, l’unico appiglio al quale aggrapparsi se ci si vuole abituare alla diversità. La diversità di pensiero, di esposizione, la vivisezione dei tabù e l’abitudine che ne consegue osservando qualsiasi cosa, leggendo qualsiasi cosa, tentando un approccio con qualsiasi cosa, al di là che rientri o meno nei nostri sacrosanti gusti personali, e che “normalizza” tutto ciò che “scandalizza” in un primo momento è salvifica ed è l’unico modo per non lasciare che la paura della diversità venga alimentata dalla cecità visiva, mentale, fisica: umana.


Photo Credits:
1) La Poupée (portfolio of 10 works), 1935;

2) La poupée, à Man Ray avec les hommages de Hans Bellmer, 1970;

3) L’érotomane;

4) De dos ; Toupie version II ; Les Yeux bleus ; Oeillades ciselées IV et XI, ca. 1970–1972;

5) Céphalopode double, 1965;

6) Les Bas Reyes;

7) Poupée published in Minotaure, Winter 1934-35.

Accoppiamenti giudiziosi, Carlo Emilio Gadda.

L’approccio con Gadda arriva non più di un paio di anni fa, con La cognizione del dolore. In quel periodo, leggevo Il male oscuro, di Giuseppe Berto, consigliatomi da una delle persone a me più care, che da anni supporta e sopporta le mie insicurezze di scrivente rendendole meno spaventevoli. Il titolo “Il male oscuro”, così come lo stesso Berto scrive nell’appendice del suo libro (riedito nel 2010 da Rizzoli), proviene da La cognizione del dolore di Gadda, da quella che è forse tra le frasi più celebri dell’autore: “Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere di una vita, più greve ogni giorno, immedicato”. Inutile precisare quanto quell’“immedicato” mi si sia in seguito impresso nel pensiero, così tanto da mettere Gadda nella lista degli autori da recuperare. Caso volle che, nel luglio del 2017, l’Adelphi mise in catalogo proprio La cognizione, con un’illustrazione di Farneti su sfondo rosso in copertina che fece scattare l’innamoramento istantaneo; acquistai il libro senza pensarci due volte.

Inizialmente, a lettura intrapresa, non fu semplice lasciarsi condurre dalla scrittura di Gadda. Se non si ha confidenza con il suo plurilinguismo barocco e frammentato, può accadere che l’iniziazione sia più stridente di quel che si pensi. Si ha a che fare con una nevrosi costellata di ripetizioni, di nomi, di personaggi primari e secondari che si intersecano a più riprese, di un fittizio territorio sudamericano, di veri e propri scoppi della psiche che rifulgono nelle scene; si ha a che fare con il dolore tetro, infossato e rabbioso di un figlio che non si è mai acquietato e con la sopravvivenza spettrale di una madre che ha perso l’altro figlio, quello favorito, in guerra ed ora vaga in un lutto sempiterno; un’analogia, questa, che si ripercuote realmente nella vita dello scrittore, prima ancora che nelle sue pagine, e che fa prendere vita alla Cognizione proprio dopo la morte della madre, come se fosse una sorta di rimorso medicamentoso a cui adempiere in rifusione alla figura materna (qui si può leggere il suo Ricordo, in risposta ad “Oggi”). La cognizione del dolore, nel suo non essere mai stato un lavoro portato a compimento, nel suo essere, di fatto, incompiuto, resta a noi come la “baroccaggine del mondo che lo stesso Gadda ha percepito e ritratto”, uno dei suoi fulcri più vitali e più ampi di romanziere e narratore.

Avvenne così, dunque, la decisione di recuperare, col tempo, quanto più possibile sia scaturito dalla penna di “Quello scrittore «grande e grosso», che sembrava un «ingegnere delle ferrovie» o un «impiegato del catasto», «complimentoso, pieno di riguardi e di scrupoli», che «arrivava alle cose parlando d’altro e subito le ricopriva come indecenti», che emanava un «alone come un motore surriscaldato»”. Accoppiamenti giudiziosi è stata una decisione molto più ponderata, è stato uno scoprimento intenzionale, una richiesta introflessa allo scrittore stesso, un “Dimmi qualcosa di più”, qualcosa che possa farmi afferrare quanta investitura umana c’è stata per arrivare a potersi fissare su carta nel corso di anni complessi e che ha generato veri e propri gioielli di modernità narrata in un’epoca che stentava a sradicarsi dal tardo ottocento, che triturava ed imponeva ritmi insostenibili alle penne più diverse tra loro, torchiando intelletti che avrebbero solo voluto requie per delinearsi senza strascichi.

Diciannove racconti, uno stile abbondante, secentesco, increspato da satire moralisticamente mirate alla borghesia di cui egli stesso faceva parte, suo malgrado, di cui desiderava, se ne fosse valsa la pena, esserne il Robespierre, saturi di descrizioni abilmente ricamate, vibranti di dettagli dal potere evocativo immediato; sono racconti imbevuti di storia, oltre che di storie, e se le storie sono per lo più semplici, la storia che aleggia tra le righe è quella del ventennio, delle guerre, dei dopoguerra, dei borghi, delle campagne, dei superstiti e di chi resta, delle bramosie della borghesia milanese, delle convenzioni sociali e delle miserie umane esposte nel cuore della notte, a causa di un incendio, quello di Via Keplero, racconto tra i più conosciuti, che fa risplendere la lacerata umana debolezza, reiterando deliberatamente nella sovrabbondanza scritturale con l’intento di irridere l’altezzosità e l’incedere immobile dei personaggi sino a smascherare un’intimità scarna di sensitività. Gadda ebbe non pochi alterchi con le case editrici, negli anni, alterchi che aggravarono la sua stanchezza di reduce, la sua angustia per quel suo eterno non voler scontentare nessuno finendo così col non accontentare nemmeno se stesso, era un uomo inquieto che sovente attingeva materiale dai suoi scritti per scritti futuri, che rivedeva e riscriveva quasi per intero i suoi racconti, causa principale, questa, dei suoi ritardi nelle consegne per cui veniva fortemente sollecitato e ancora più angosciato, amico di Parise che lo aiutava come “confortatore e collaboratore”, amico di Celati, che quasi vedeva come un padre, a cui si rivolgeva anche per piccole incombenze giornaliere. Era un uomo che per l’intera vita ha schermagliato con l’affanno dello scrivere, ottenebrato, un uomo che amava Balzac e che sin da bambino aveva imparato dai canti di Dante cosa fosse la finzione. Tutti questi elementi messi insieme, non farebbero mai presupporre, ad esempio, determinate reazioni lievi durante la lettura, ma è proprio qui che prende forma il talento di narratore. Reazioni come ridere di cuore a tarda notte, leggendo, ridere perché una donna tradita dal marito, nonostante avverta un senso di liberazione, rimane pur sempre ferita e cerca di calcare quanto più può sui vizi dell’ex marito, elargendo apparenti soluzioni con fare imperioso che di fatto non sono che catastrofi annunciate; o reazioni come appoggiare il libro interrompendo per qualche attimo la lettura perché alcune descrizioni sono vive al punto da profilarsi dinanzi agli occhi senza neanche avere il tempo di razionalizzarle compiutamente; o, ancora, leggere di un nobile diciannovenne arroccato nei virtuosismi della madre che, sentendo le prime pulsioni realistiche, intenerisce talmente da arrivare ad essere sollevati quando una solitudine fortuita permetterà alla giovinezza di prendersi quel che reclama e di sciogliersi cingendo la vita di una domestica carezzevole, a primavera scoccata, il tutto sviscerato con un lirismo radioso; la goduria derivata dal lessico di un racconto in dialetto fiorentino, interamente coniugato all’imperfetto e con una linguistica anni ‘50, che fa così bene trasparire una furbizia ruvida, tutta popolaresca; reazioni come l’appagamento per la prosa poetica con la quale viene delineata una diafana insegnante di storia dell’arte, resa anch’essa, a suo modo, un’opera d’arte movente, che andrà a schiantarsi con la voracità giovanile dei suoi alunni venendone risucchiata; ma è proprio questo che accade: si reagisce, ci si stupisce, genuinamente, di quello stupore cardine tra i più resistenti che rende la letteratura: Letteratura.

Gadda, per quanto abbia subito faticosamente il suo talento, merita di essere letto, merita un suo preciso posto tra i più grandi scrittori di racconti come Buzzati, Pavese, Calvino, merita di avere tutt’oggi un’opportunità, e l’Adelphi, come sempre, viene in aiuto grazie alla pubblicazione delle sue opere con note esplicative interessanti tanto quanto gli scritti stessi, per chi, oltre che dallo scrittore, si lascia sempre un po’ affascinare dall’uomo all’ombra delle sue pagine.

Un amore, Dino Buzzati.

Immaginate di stare seduti su una sedia scomoda, che a sua volta poggia su un piano inclinato; che questo piano inclinato subisca le oscillazioni inverosimili di una mareggiata che stenta a retrocedere e a calmarsi e che, cosa ancor più seccante, questa mareggiata sia il frutto umorale e inquieto di uno scombussolamento sentimentale, di fatto, quindi, incontrollabile; infine, immaginate anche che il tutto avvenga con una moltitudine di gente attorno, che non oscilla e che non sa che si può oscillare così paurosamente in preda ai peggior turbamenti, e che dopo un primo moto di compatimento smette di dar peso a tanto rimestio, ignorandolo con un’alzata di spalle, perché voi che siete seduti e proprio non sapete come fare a smettere di dondolare, voi che ormai siete convinti che non si possa addirittura più concepire un’esistenza senza dondolare, potreste, a lor parere, semplicemente alzarvi e riprendere in mano l’equilibrio della vostra vita, cosa talmente disattesa nella vostra impossibilità di compierla che per tutti coloro i quali stanno a guardare diventa una suprema ed ostinata deficienza che non smuoverebbe pietà neanche a pregarla. È così che, a grandi linee, si sentirà Antonio Dorigo, il protagonista di Un amore. È così che la sua esistenza gemerà e si contorcerà, assieme al suo cuore, in preda a tumulti lancinanti di cui non potrà fare a meno, in preda ad una sindrome di Stendhal che lo annienterà e che sovverrà quasi immediatamente alla vista di una ragazza squillo dal naso particolarmente petulante e dal suo viso “dal colore di marmo” nel risveglio mattutino.

In un’intervista del 1963, poco dopo la pubblicazione di Un amore, Buzzati stesso precisò: «Solo alcuni sanno cosa sia l’amore. Se no, ce ne accorgeremmo. Quando arrivano queste cose, uno non può controllarsi, e l’amore si rivela, si manifesta. Non dico che non ce ne siano, di amori, ma sono pochi. Se uno ama una donna, è logico che voglia vincere a tutti i costi, magari mentendosi come fa Antonio Dorigo.» Buzzati ce lo mostra magnificamente quel mentirsi, in uno stile spontaneo che lo porta a rimettersi in gioco come scrittore, fino a quel momento pressoché introverso, spalancando la sua esperienza, i suoi stati d’animo più autentici, che non portano banalmente ad una presunta autobiografia quanto più ad un disvelamento dei suoi umori, di se stesso in relazione al dolore, alla rabbia, all’ossessione di un innamorato che per la prima volta vive l’innamoramento senza rendersene conto con un nervosismo, una trepidazione ed una pena immane, incalcolabile. Ha quasi 50 anni, Antonio, è un architetto di una certa fama con una vita tranquilla fatta, per lo più, di amicizie, famiglia, vacanze. Rispecchia in pieno, quindi, quello che si definisce un uomo “borghese, intelligente, corrotto, ricco e fortunato”. Quello che Antonio non ha, differentemente da come accade con i suoi amici, però, è una confidenza aperta verso il genere femminile. Sa benissimo, sin da quando è ragazzo, che quando una conoscenza lo porta a stretto contatto con una donna, prima di essere naturale nei suoi confronti deve trascorrere un arco temporale considerevole e che, nel frattempo, apparirà del tutto straniante, distante, dando materialmente l’idea dello sforzo che immette nell’approccio, per essere più affabile. Si concede, così, di tanto in tanto, delle visite dalla Sig.ra Ermelina, gestrice discreta di una casa di appuntamenti. Visite del genere, nonostante gli scrupoli morali un poco addolciti dalla spregiudicatezza di queste ragazze che a lui sembrano piuttosto uscite da fiabe, hanno il potere di azzerare le sue tempistiche e di concedergli qualche ora di contatto umano senza che prima intercorra una lunghissima trafila fatta di incastri, intenti e tentennamenti. A Dorigo sembra quasi incredibile quanto l’attesa stessa di un appuntamento del genere possa sconvolgere il suo corpo, in allerta sin da ore prima che avvenga, quanto possa aprirlo, fremente e ansioso di scoprire come sarà la ragazza che a breve potrà stringere tra le braccia senza che questa ne provi repulsione, che si concederà a lui consapevole che quel darsi avverrà coscientemente da entrambi le parti. Fu così che “una mattina qualsiasi di una giornata qualsiasi” Dorigo telefonerà all’Ermelina per un appuntamento al pomeriggio e, senza saperlo, senza immaginarlo, senza presupporlo, senza alcuna difesa in atto, dall’alto dell’ottavo piano nel suo ufficio, che è apparentemente uguale a centinaia di altri uffici, pregusta, con il risvegliarsi dei sensi e del corpo, il momento di quel nuovo incontro condiviso, caldo e nudo che segnerà l’inizio della fine della sua tranquillità. Sullo sfondo, una Milano anni ’60, grigiastra e febbrile di lavoro di giorno e magmatica ed accogliente di notte, risuonante di tutti gli ansimi provenienti da finestre chiuse di palazzi svettanti e da locali infossati in seminterrati nascosti.

Una robustezza di prosa tra le più belle, un incedere mutevole e traballante che si snoda in flussi di coscienza impulsivi e irrazionali, intrisi di una fretta dolorosa di comprensione che non arriva mai quando dovrebbe, sempre al di là della portata di un uomo che via via si accartoccia sempre più, tracimante di sensazioni e allo stesso momento sbiancato, inaridito, riarso di vitalità. La mancata fermezza di Antonio, l’ininterrotto lavorio mentale, le sue ansie, le sue paranoie, le sue insicurezze, l’inesistente solidità, l’essere soltanto un nucleo ribollente che si sforma, che non ha più contorni ma solo palpito, vibrazione, pulsioni, impazienza, incrostature di incertezza ed incompiutezza, l’essere in completa balia di un corpo tenero, di un “orgoglio popolaresco”, di un profilo spaurito e giovane, di un paio di occhi inafferrabili che hanno un nome buffo, Laide, tutto sarà percepito con una disperata esigenza che divelle e scarnifica. La contraddizione necessaria, però, sta nel fatto che Un amore non è una lettura spensierata, è umanamente improbabile che da lettori non si avverta antipatia, disagio, fastidio, esasperazione, irritazione, indignazione verso Antonio e verso Laide, ambedue realistici al punto da leggerli nel loro scorrere sentendosi propensi ad una condanna sfrenata per i loro modi di agire, di assorbire i comportamenti l’uno dell’altro, di soffocarsi a vicenda, di usarsi per il proprio egoismo, intenzionalmente e non.

Si sta seduti su quella sedia scomoda anche da lettori, non si potrà evitare la fisicità con la quale sentiremo il respiro affrettarsi nei flussi scevri da punteggiature o il brusco arrestarsi per un punto ghiacciato e terminale di un pensiero che scolora nella routine; non si potrà evitare di sentirsi inzuppati di tutti i dettagli sparati senza avvisaglie, che ritroveremo dinanzi ai nostri occhi, ripetuti più lentamente, nel paragrafo successivo, messi a fuoco, riempiti, ammirati con un tono di rilassatezza più strutturato; non si potrà evitare di sentirsi superiori nel leggere tanto disfacimento umano inespresso da parte di un uomo di colpo tornato indietro in un tempo non vissuto e che vive triplicato nell’incessante corsa di un presente che non comprende, di uno scatto in avanti di vita che non intuisce; non si potrà evitare di ergersi a giudici nei confronti della giovinezza sprezzante di cui Antonio s’innamora e che lo attanaglia ma che appartiene, di fatto, a una ragazzina ingannata dall’indifferenza con cui si scherma; non si potrà evitare di godere del dolore intimo e scoperto come un nervo di un amore tenace e angosciato, palesato rozzamente al nostro sguardo; non si eviterà, in ultimo, di sentirsi parte del loro stesso mondo, di ricordare che ogni cosa appare risolvibile soltanto dall’esterno e che gli unici elementi esterni, qui, siamo noi che leggiamo, pertanto incapaci, per pudore o per timore, di dire Sì, non poteva andare che così.