Forse un fruscio di bicicletta ancora
col sabato dolce ti svia
per alberi e bivi di pioggia
e trepide nebbie di fuoriporta,
angelo forestiero, passeggera
colomba inventata e perduta.
E forse già immemore t’allontani
dal viso che fu nostro, e nel giro
delle tue gambe lunghe, nel volo
lieve della tua gonna di cotone,
un altro anno, un’altra storia si consuma.
Ma io qui rimasto a contare
le cicatrici della sabbia, le collere
dell’acqua che s’annera, io così povero
da non potere neanche me donare,
che cosa farne del tuo ricordo,
dei colori di te che si scancellano?
Una figura almeno per i miei viaggi a mani vuote,
malinconica voce anniversaria,
versi da leggere solo una volta,
scritti dietro una busta.

“A Sesta Ronzon, dovunque si trovi”, Asta deserta, L’amaro miele, Gesualdo Bufalino.

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Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino.

Avviene spesso, nella vita, che ci siano autori ai quali ci si affeziona più degli altri, accade imprescindibilmente un po’ a chiunque, prima o poi, di leggere un autore e sentirlo particolarmente affine, di avvertire nella sua scrittura lembi di incertezze simili alle nostre più di quanto non avremmo sperato, pensato, immaginato. Avviene una coincidenza nello specchio nettato dallo scrittore di consistenze similari che scaturiscono, prima ancora che dal senso degli scritti, dall’autore stesso, che sia uomo o che sia donna, e se ne riconoscono i tratti antropici rassomiglianti sparpagliati nelle pagine che ci fanno sentire raccolti dal terreno che abitiamo per essere invitati a conoscere un terreno poco più lontano, con un fondo di metaforiche analogie emotive che smettono di apparire disumanamente dissimili e lontane. È passato troppo tempo perché io ricordi come sia effettivamente arrivata a scoprire Bufalino, a leggerlo, a tentare di carpirne l’essenza introversa e schiva, non saprei davvero dire con esattezza cosa abbia influito perché nascesse, in seguito, una singolare tenerezza verso questo scrittore rintanato, sta di fatto che credo fermamente meriti, ancor’oggi, qualche parola, pacata e paziente, che non permetta alla luminosità polverosa dei suoi scritti di oscurarsi.

In un’intervista del 1977, “Bufalino, dicerie intorno a uno scrittore”, curata da M. P. Farinella e R. Minore, che si può ascoltare su Rai Cultura, tutto ciò che intendo per affinità verso l’autore, risalta perfettamente. Nell’intervista ci viene sì presentato “il caso letterario” di Bufalino ma al contempo ci viene concesso di posare l’occhio sull’affresco personale del “collezionista di ricordi, del seduttore di spettri” che era l’uomo dietro alle sue parole di scrittore. Gesualdo è stato un uomo, per quel che ci è concesso di sapere, che per lunghissimi anni ha formato, protetto dalla torre d’avorio dei suoi scritti, dei suoi ricordi, delle sue memorie, dei suoi libri e della sua solitudine, ed in silenzio, l’arte della sua scrittura mentre il suo quotidiano si riversava nell’insegnamento in un istituto magistrale. L’idea di un’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, per lui, non era altro che “scheggiarsi, disseminarsi in mille specchi che sono le coscienze dei lettori, è una frantumazione, è un modo di frantumarsi che ha una sua sinistra tristezza che io ho voluto finora evitare, anche perché, in fondo, quando uno scrive e scrive per sé solo può abbandonarsi ai suoi vizi e ai suoi eccessi più straordinari senza temere né giudizi di critici né intrusioni di lettori e quindi con un beato senso di impunità” e questo, probabilmente, affiorava per via della sua riservatezza, per quel suo essere “come quei marinai che si sono affezionati allo scoglio dove hanno fatto naufragio e non sono del tutto riconoscenti alla nave che li viene a salvare” consapevole di quanto fosse un “alibi della vanità” nel momento in cui la pubblicazione avvenne sul serio. Abbiamo dinanzi, dunque, un uomo arroccato nel suo intimo, a Comiso, suo avamposto natale, che si contrappone per antonomasia al fervore delle riconoscenze pubbliche, al pubblico gaudio che, spesso, comporta più tormenti che soddisfazioni. Bufalino, infatti, si rivela al pubblico tardivamente, solo all’età di 61 anni il suo velo anarchico di riserbo e silenzio viene snudato, grazie al romanzo la Diceria dell’untore, che nel 1981, anno del suo debutto letterario, gli valse il premio Campiello. Dall’intervista, la stessa Elvira Sellerio, suo editore, ci racconta di quando prima della pubblicazione di “Comiso ieri”, libro di vecchie fotografie locali, le venne presentato anche un testo a supporto, di questo professore locale, scritto elegantemente e con una tale padronanza linguistica che non poté passare inosservato, al punto che persino Sciascia, discutendone, fu d’accordo in un tentativo di scoperta. Elvira sosteneva che una tale competenza lessicale non poteva che nascondere un autore, seppur inemerso, ed ebbe ragione: Bufalino, aveva ben due manoscritti portati a compimento e fu così che venne, infine, ‘smascherato’. Un esordio in un certo senso rimpianto perché, dopotutto, come si evince dalle sue stesse parole, “con un po’ di pazienza io avrei esordito felicemente da postumo, che è la sorte più bella”. Nacque, quindi, nacque per il pubblico, per la critica, uno di quegli autori che in poco più di un decennio divenne parte di quegli stessi classici che amava leggere. Questo non cambiò molto la sua esistenza, dovette certo imparare a gestire la popolarità, le intrusioni esterne alla sua tranquillità, ma la sua vita restò per lo più invariata, nelle sue abitudini e nei suoi angoli.

La Diceria dell’untore viene alla luce dal ricordo, o per meglio dire da un’esperienza dolorosa di vita di Gesualdo che nel 1944 si ammala di tisi ed è costretto ad una degenza di due lunghi anni in due diversi sanatori. Sarà questo il fulcro cardine del romanzo, più volte riscritto negli anni, dopo la sua prima stesura. La storia, con un’ombra autobiografica, si svolge per l’appunto in un sanatorio siciliano della Conca d’Oro, la Rocca, ove questo giovane ammalato dovrà fare i conti col fantasma onnipresente della morte a raschiargli in gola un sapore dolciastro di sangue, dividendo lo spazio del suo corpo smagrito con altri morti o pretendenti tali. La vita, in sanatorio, era piuttosto un’illusione temporale, si incuneava nell’eterna attesa falciante della Grande Signora, con il suo sibilo freddo dietro la nuca come monito alle allegrezze, alle spensieratezze, ai sogni; non si sognava, alla Rocca, una vita colma, si sognava, semmai, una colmità che da dietro l’esistenza potesse in qualche modo portare una parvenza di normalità, “Che altro eravamo, del resto, noi qui della Rocca, se non, ciascuno, un guardiano di faro scordato dagli uomini sopra uno scoglio di Mala Speranza?”; non era semplice vivere in quell’aura di morte, non era semplice avvertire il male espandersi nel petto, non era semplice avere una comunanza umana con i suoi abitanti che non fosse permeata di disfatte e scadenze ben precise. Eppure, nonostante tutto, l’uomo resta vivo, vive perché occupa il suo spazio e nello spazio del suo corpo macilento la vita non è meno vita di una vita progettuale, sana, rischiosa, come lo è per i mortali senza affezioni. Accade addirittura, un giorno, che la febbre, che lo stato febbricitante onnipresente della fronte, non provenga immediatamente dal male che buca sempre più a fondo nella carne, accade che si irradi dai sensi, da un’ebrezza scatenata da un corpo, un corpo morente, caldo, che si mostra nelle sue venature bluastre in un ballo, e che si impigli sotto la pelle trasformandosi in esaltazione, diventando una ballata sottile di cigno sofferente che rinfocola gli entusiasmi, le energie. Accade l’amore, alla Rocca, accade l’amore al giovane protagonista che si sente d’un tratto sperlato come un rosario sgranato dalle effusioni. Marta, un miscuglio, Marta, di sottigliezze e racconti costellati di dettagli inventati che non rendono meno reali le sue parole, che anzi vengono fuori dalla sua bocca esangue più dolci, rilucenti di nascondigli dell’animo dove non si sa mai se a parlare sia il cuore o l’asprezza di una condanna. Una storia, una diceria appunto, quel “troppo discorrere intorno a persona o cosa” che finirà in un rimorso, nel rimorso d’essere ancora in vita “in una condizione così teatrale, in bilico tra vanagloria e spavento”.

Quando lessi la Diceria per la prima volta non fu affatto semplice, molto più spaesata di adesso percepivo in modo totalizzante una cultura sconfinata, percepivo riferimenti per cui non possedevo strumenti adatti a coglierli ma quello che riuscì nel non farmi desistere fu la prosa. La prosa della Diceria non è una prosa complessa, non è incomprensibile perché incavata in iperboli dilatanti e fuorvianti, ma ha dentature di virtuosismi mordenti come non mi era ancora capitato, allora, di leggere. L’intero romanzo è pervaso da un perenne suono d’anticaglie, dal sapore primitivo di una lingua malleabile perché compresa, studiata, assimilata, ogni pagina è vitalizzata, per contrasto alla morte, dal manto di un linguaggio rotondo e florido come una giovane donna inondata dal sole del sud a mezzogiorno, fuori da un granaio. Se la Luna, lassù, guardata e afferrata come fosse una moneta, non dovesse bastare a rendere la precisione di uno scrittore e per questo leggerlo, che basti l’aver precisamente dato senso a quella sensazione straniante di chi soffre e si trova costretto a sentire che “è difficile stare morto fra i vivi”.

Una scrittura femminile azzurro pallido, Franz Werfel.

Se dovessi descrivere, in poche parole, la lettura di Una scrittura femminile azzurro pallido direi, semplicemente, che è un esercizio alla pazienza per via del suo essere un breve e fastidioso concentrato di vile conservatorismo borghese. Mi rendo conto che esordire con tale premessa non sia propriamente idilliaco, parlando di letture, che non verte sullo scatenare grandi curiosità, ma saremmo in errore se considerassimo un libro controverso, dai toni personali processuali, brutto o inconcludente. Un bravo scrittore, o quantomeno uno scrittore conscio delle sue abilità narrative, saprà intessere anche storie, appunto, opinabili e discutibili negativamente, che suscitino emozioni contrastanti e che disturbino la comodità di letture più accondiscendenti che si tende a ricercare per evadere la sensazione di “perdita di tempo” che scaturisce da libri meno preconfezionati. Con una storia come quella che Werfel mette alla nostra portata, l’estrinsecazione di un uomo, di “un’anima bella, che i fatti imbarazzanti non vuole mai chiamarli col proprio nome e cognome”, è delineata perfettamente con essenzialità ma senza escludere, in contrasto, un’elargizione traboccante di rifiniture ipocondriache, paranoiche ed egoistiche del protagonista.

Vienna, anni ’30. Il capodivisione al Ministero per il Culto e l’Istruzione, Leonida, nome opprimente non meno che eroico, ha da poco festeggiato il suo cinquantesimo anno di vita. In un ottobre che sembra aprile, al suo risveglio, come accade ogni giorno, contempla la vista dalla sua fastosa dimora e si compiace della posizione raggiunta e del suo essere parte integrante di quell’ambiente elitario del quale fa parte, addirittura proviene, anche la moglie, Amelie, sposata da vent’anni or sono; si congratula mentalmente con se stesso, con quel suo sorriso ambiguo, entusiasta e beffardo, per il successo coltivato nel tempo e che ora lo fa sentire un uomo sicuro, indistruttibilmente persuaso di essere “un pupillo degli dèi”, dal fisico ancora avvenente e con una routine fatta di lavoro per lo più remissivo, senza troppo infragilire quell’aura di estrema arrendevolezza compiacente che, ad un occhio più attento, apparirebbe di certo come la migliore debolezza caratteriale ben dissimulata che, di fatto, è. Prima di recarsi al lavoro, Leonida, ancora nel pieno di tutte le sue pompose sicurezze, s’affaccenda placido con alcune lettere di auguri ricevute per il suo compleanno, se non fosse che tra queste ne risalta una in particolare, scritta a mano, in un inchiostro azzurro pallido, con una scrittura femminile dai “caratteri grandi, un poco ripidi e severi”. Una crepatura così fulminante, così inaspettata, questa lettera, che, oltre a gelare le mani di Leon, gli fa avvertire distintamente come lo stratificato pavimento di soggiogature decennali messe in atto, da arrivista quale è sempre stato, si sia, di colpo, trasformato in una pavimento budinoso e tremolante che stenta a rimettersi in asse e che fa metaforicamente perdere ogni fissità costruita col passare del tempo. La lettera in sé, chiunque la leggesse, non fa scorgere nulla di particolarmente sibillino atto a scuotere la vita tranquilla di uno statale, è una lettera come tante che, in tono formale, richiede la gentilezza, la protezione, o per meglio dire la raccomandazione, di un giovane ragazzo di origini ebree che ha bisogno di un inserimento scolastico a breve termine, visto il periodo politicamente non proprio roseo. Lettere di tale calibratura a Leonida non sono estranee, anzi, eppure qualcosa lo fa colare a picco nei suoi pensieri che arrovellandosi percepiscono tutt’altro che una banale richiesta protettiva; quel qualcosa è il repentino riconoscimento di quella calligrafia intransigente che da molto tempo non aveva più scorto. Provando a figurarsi la vita cadenzata di un cinquantenne risolto, compiuto e soddisfatto di sé, una sola cosa può stranirlo tanto da renderlo inquieto ed impaurito, e cosa altro può essere se non il riconoscere la grafia di un amore antico e dismesso che chiede riparo per un giovane ragazzo che ha più o meno l’età che si porta addosso quella relazione che, da quindici anni, sarebbe dovuta essere soltanto “la tomba interrata che nessuno riesce più a localizzare?”. Leonida, pur di mantenere lo specchio della sua esistenza perfettamente deterso ha fatto in modo, creandosi un’illusione purissima di moralità, di dimenticare ogni cosa che nel suo passato di ragazzo miserabile, figlio di un professore di ginnasio senza né arte né parte, e poi nella sua giovinezza stentorea, prima che un fortuito suicidio di un compagno di università gli corredasse l’eredità di un frac che avrebbe fatto la sua fortuna di lì a breve, al punto da ritrovarsi, adesso, con l’indicibile e perentoria responsabilità di un ipotetico figlio intuito tra le righe che in quanto proprio sangue non può essere ignorato, differentemente dall’amore per quella ragazza ebrea, Vera, che se fosse continuato avrebbe portato più grattacapi che gioie. La vita, però, quanto meno ce lo si aspetta, torna a reclamare quei rimorsi seppelliti di cui ci si libera per non dover rinunciare agli agi di una realtà più benestante e conformata, con i riguardi sociali e privati che comporta l’essere una personalità pubblica autorevole.

Comincia così, in uno stile narrativo asciutto e con piccoli rastrellamenti di sentimentalismo, ora affidato al protagonista, ora affidato ad una voce narrante usata come espediente di schiettezza e veridicità, con punte di sarcasmo interposte, una discesa umana (e disumana) nel nucleo bollente dei propri errori, delle proprie mancanze, delle proprie decisioni affrettate e sbrigative, insabbiate senza scrupoli, e non per pentimento bensì per insofferenza verso quel rigurgito temporale tornato per ledere  la patinatura bucolica e laccata di un’esistenza votata alle sole apparenze, il processo individuale ed auto-assolutivo di un uomo disturbato nella sua quiete e per questo terribilmente irritato e tormentato, dubbioso se continuare nel far finta di nulla o se perdere ricchezza ed agiatezza per quel suo incidente di percorso chiamato probabile progenie, confessandosi alla moglie.

Non ci si aspetti dunque un rincrescimento sincero, qualora si voglia leggere questo spaccato di vita dal punto di vista prettamente maschile; si può tentare, però, visto il finale dai riflessi amari, di allenare il pregiudizio e la prerogativa giudicante umana a non prendere il sopravvento, per quanto sia la naturale conseguenza che una tale trama fa emergere. Il preconcetto crollerà, in buona parte, sotto il peso di un uomo, di un padre abortito, che non avrà mai più indietro la pace vissuta, nell’impossibilità di dare un volto, un corpo, una consistenza qualsiasi alla sua presa di coscienza tardiva da cui, ormai, non potrà più risorgere a cuor leggero.

Una bellezza russa e altri racconti, Vladimir Nabokov.

In Lezioni di letteratura, lo stesso Nabokov afferma: “Un narratore può essere considerato sotto tre punti di vista: affabulatore, maestro, incantatore. Il grande scrittore riunisce tutte e tre queste qualità – affabulatore, maestro, incantatore –, ma è l’incantatore quello che prevale e ne fa un grande scrittore. (…) Il grande scrittore è sempre un grande incantatore, ed è qui che arriviamo alla parte davvero stimolante: quando ci sforziamo di cogliere la magia individuale del suo genio e di studiare il suo stile, le immagini, la struttura dei suoi romanzi o delle sue parole.” Questa definizione, scritta con un concetto espresso più ampio di quello personale, gli aderisce addosso come un morbido guanto: la magia di cui parla, nei suoi racconti, si soffonde leggera, fluttuante, con una lucentezza liquida che trattiene i riflessi.

Una bellezza russa e altri racconti, così come si legge dalla prefazione, è la seconda parte editoriale, preceduta dalla Veneziana, di raccolta dei racconti di Vladimir Nabokov messa a punto da Adelphi, curata dal figlio Dmitri (che all’interno presenta anche un’anteprima mondiale, “Nataša”, che probabilmente è stato il primo racconto scritto nel 1921, qui tradotto da Dmitri sia in inglese, sia in italiano). I cinquantacinque racconti riportati, hanno un ordine rigorosamente cronologico, dal 1921 al 1958 circa, così da dare al lettore una percezione completa della crescita dello scrittore, attraverso gli anni.

I suoi primi racconti giovanili, nonostante vi si riconosca un certo senso acerbo di vita, sono vergati in una coltre spumosa di aggettivi deliziosa e le storie, per quanto semplici, non mancano di senso estetico, di trama, di significato, di oniricità. Le doti indubbie di descrittore di Vladimir delineano e formano orpelli lucenti che sostengono la narrazione, la rivestono e le donano istintualità grazie alle sontuose metafore e alle ricche similitudini, atte a ricreare, assieme all’uso dei colori, un ritmo perpetuo non solo nelle scene tratteggiate ma anche attorno alle stesse. Man mano che i racconti, e quindi gli anni, progrediscono, si nota come un fanciullesco Nabokov attratto dalle descrizioni abbondanti si assesti, diventando meno estatico, più interno nelle storie, con una maggiore precisione di intenti, affrontando tematiche più nubilose e melanconiche, come la morte, l’aldilà, il sogno, l’eros, l’amore, la droga, la guerra, con una penna più cosciente e più terrena.

A fare da sfondo ai racconti troveremo, per lo più inizialmente, due immagini ricorrenti: una Berlino bagnata, piovosa, flessuosa attraverso i finestrini dei tram, con le sue strade notturne cangianti di luci rifratte nei rigagnoli e nelle pozzanghere ed una Pietroburgo nostalgica, innevata, fatta di rimembranze sbiadite e visi scontornati. In un secondo momento, ci saranno anche accenni di Francia, di francese, di tedesco, di inglese, di America, coerentemente con i suoi spostamenti personali. Molti dettagli cari a Nabokov riecheggeranno: dettagli come i treni, che sono luoghi di non appartenenza, di movimento, di passaggio; il colore blu, in ogni sua più disparata sfumatura, dal turchino all’azzurrino al blu fumo, ogni lieve gradazione si prende il suo spazio, nello scorrere delle pagine, presente come un’impronta individuale; i tigli, le betulle, le farfalle, la natura, tutto ha un suo momento, tutto viene lasciato rotolare all’interno delle parole come biglie di vetro multiriflesso, come echi che avvolgono i personaggi. Quello che più risalta, a mio avviso, è la personalità trasparente di Vladimir che, grazie alla sua capacità illustrativa, immette nelle vicende una fluttuazione costante. Leggendo, non si ha la sensazione di destrutturazione tra un racconto e l’altro, non ci sono brusche interruzioni o salti qualitativi incostanti, si percepisce invece quanto egli stesso amoreggiasse con la duttilità delle sue stesse creazioni: la malinconia, la tristezza, il dolore, persino i suoi personaggi più grigi, vengono plasmati con un’ironia di fondo molto morbida, senza particolari spigoli che ne annientino la sottigliezza. Anche nelle note ai racconti, non si sente il bisogno della conferma delle sue iniziali per capire che sia stato lo stesso Nabokov a scriverle, sono ombrate da una riconoscibilità altissima, da quella sfrontatezza autoriale che dosata così come lui la dosa non stucca né ritratta l’alone di armonia d’insieme degli scritti. Ci troviamo, tra l’altro, di fronte a racconti così fruibili che possono essere letti al di là che si siano già lette o meno, parzialmente o per intero, le sue opere; nondimeno, qualora si conosca un po’ l’autore, si potrà godere di alcune prime abbozzature caratteriali che, in seguito, serviranno da elementi focali per alcuni suoi romanzi, come, ad esempio, accade nel racconto “Favola”, che è la storia di un ragazzo che ha tutta l’aria di essere un’imbastitura primordiale di ciò che, cinquant’anni dopo, diverrà Humbert Humbert. Non ci si aspetta di certo che in dei racconti possano coesistere così all’unisono tanta luce e tanta morte, tanto sfolgorio e tanto tormento, l’inevitabile sconcerto meravigliato che ne consegue persisterà in ogni pagina, anche in quelle più rarefatte del periodo americano, sul finire del libro, che Vladimir scriverà direttamente in inglese, lasciando definitivamente il russo.

È l’inizio degli anni ’20 ed un giovane e scaltro scrittore si avvia a diventare lo scrittore adulto e squadrato a cui siamo abituati e che il lettore, procedendo nelle pagine, riconoscerà lentamente, godendo di quell’iniziale tocco immaginifico ed arioso che l’ha formato. Tra scrittori, vecchietti ed adolescenti, primi amori e amori finiti, rivoluzione e deliri, terrori e ricordi, struggimenti e riflessioni, ogni racconto si trasformerà in quel “paradiso come luogo in cui un insonne vicino di casa legge un libro infinito alla luce di una candela eterna”, e quell’insonne, dal sogghigno sbilenco e quieto, saremo noi.

Stralcio / 2.

Appunti sulla scrittura:

Il linguaggio dell’uomo comune non deve essere trascritto letteralmente perché è la sua prigione ed egli vuole essere aiutato a uscire dalle sue restrizioni. Ha bisogno di un linguaggio che si adegui non al suo vocabolario di ignorante, ma ai suoi sentimenti, che sono sempre più sottili delle sue parole. L’uomo comune non sente né pensa come parla. Non ha imparato a parlare. E quindi il nostro ruolo è quello di parlare per lui, esattamente come il violinista virtuoso suona per lui un violino che lui non potrebbe suonare.
Artisti che non sembrano di alcun valore immediato a nessun movimento (che non si preoccupano di temi sociologici) sono tuttavia validi per coloro che capiscono che i drammi individuali sono riflessi di quelli universali (Kafka, Proust) così come quelli universali sono proiezioni di drammi individuali (Hitler). Una persona che aderisce a un movimento politico per ragioni private, personali o nevrotiche, è meno utile al movimento politico di quella che se ne astiene perché non è qualificata per un’attività del genere.
Molti ribelli romantici che lottarono contro la società borghese furono di calibro molto scarso quanto a utilità sociale mentre avrebbero potuto eseguire altri compiti in modo più efficace.
In campo cinematografico non tutti i registi sono portati a manipolare grandi scene collettive. L’ampiezza di un tema non è necessariamente universale. I giganti sono coloro che grazie al loro sviluppo personale diventano la fonte principale di nutrimento per i tributari. L’America sta combattendo erroneamente contro un tale sviluppo individuale. Hart Crane, il poeta e una personalità distorta, fa parte della storia della letteratura americana quanto Dreiser. C’è una cattiva interpretazione dalla fuga della realtà.
L’unica esistenza disumana è quella che noi chiamiamo la nostra vita umana. Se vivessimo la nostra vita umana e nessun’altra, direttamente, ci assoggetteremmo alla più disumana di tutte le condizioni: la schiavitù della famiglia, e dei tabù nazionali, le guerre, la malattia, la povertà e la morte. Persino l’espressione “guadagnarsi da vivere” è disumana. Senza la religione o l’arte o l’analisi per trasporre l’orrore totale, cadiamo nella malattia del nostro tempo con la sua grande devozione al naturalismo. Un quadro in una casa c’è per rappresentare un colore, una forma, un regno che forse non siamo riusciti a possedere. Un libro ci dischiude un regno che il nostro bisogno di guadagnarci da vivere può aver reso irraggiungibile. Tutto ciò che ci aiuta a trasformare l’intollerabile in un mito ci aiuta anche a creare una distanza dalla nostra vita disumana, ci concedere di mescolare un po’ di oggettività con i tormenti violenti e duri del nostro servaggio umano.
L’arte è la nostra unica prova di continuità nella vita dello spirito. Quando la neghiamo (come abbiamo fatto in massa e massicciamente), perdiamo tutto quello che ci dà un concetto nobile degli esseri umani. Se così non fosse conosceremmo soltanto gli aspetti repellenti dell’umanità nella guerra e nel commercio.
In realtà quel che la gente combatte nell’artista è la sua libertà, il suo tentativo di liberarsi dal servaggio umano. L’artista perde la sua famiglia umana e la ripudia se questa cerca di renderlo schiavo di una professione o di una religione della quale non crede. Paga il prezzo della solitudine. Può arrivare a ripudiare il suo paese se il suo paese si comporta in modo disumano, come molti artisti hanno ripudiato la Germania di Hitler.

Anaïs Nin, Diario, volume quinto, 1947/1955.

Anaïs Nin, Diario, volume quinto, 1947/1955.

Il quinto volume è una svolta cruciale nell’intero percorso di vita che rappresenta il Diario. Per come ci viene presentato, le annate che percorre s’involucrano, sul finire, nei suoi primi venticinque anni, dandoci così un primo sguardo d’insieme molto più corposo sulle varie fasi di crescita ed espansione, come donna e come scrittrice, di Anaïs. Guardando a ritroso, ritroviamo la liquidità di quella giovane ragazza che si aprì nella sua languida Parigi, che divenne un faro per scrittori agli albori come Miller, Artaud, che ebbe le sue prime esperienze con la psicoanalisi; o, ancora, l’avventura che accolse, con le tutte le sue scoperte, vagolando per il Marocco, per poi finire in America da Otto Rank, sperimentando più da vicino la psicoanalisi sui pazienti, che l’allontanò momentaneamente dalla sua scrittura, e che dovette abbandonare per non lasciarsi completamente risucchiare; la drastica crescita che portò con sé la guerra, la fine della “vita romantica” parigina che racchiudeva tutte le sue conoscenze di allora, il suo secondo esilio americano forzato; la faticosa lotta giornaliera che dovette affrontare per scendere a patti con quell’America sterile, fredda, dura, impietosa che le dava dimora ed, infine, la fuga verso il Messico per lenire il dolore di quell’imprigionatura americana che la stava strangolando. Trame, tematiche, sviluppo, crescita, tutto inizia ad avere una struttura significativa tale da poter iniziare, oltre il goderne, un eventuale lavoro di ricerca antropologica sociale.

L’avevamo lasciata, al termine del quarto volume, ad Acapulco, in Messico, ed è qui che la ritroveremo all’origine del quinto. La ritroviamo in un momento estatico d’osservazione integrale, la bellezza vivida e linfatica di Acapulco l’avvolge, la rasserena, la rinvigorisce. Le sue descrizioni sono come sempre dense ma, oltre alla densità, sono presenti stati d’animo più aperti e meno sofferenti. La mitezza dell’aria rilassava i corpi, le menti, le conoscenze e, soprattutto, quel nuovo territorio da scoprire che non portava nessun segno di America addosso, ancora così inesplorato e vergine, attenuava i ricordi dolorosi della cupezza newyorkese. Le giornate di Anaïs erano scandite da balli, feste, spiagge, musiche, rumori, gente semplice e sorridente, cibo fresco dai colori cangianti, dal sole che sembrava scaldare ancor più che altrove, da villaggi sperduti tra le mangrovie, da acque marine sinuose sui corpi, dallo spagnolo che sin da bambina l’aveva accolta, in cui si riconosceva. I tropici la rimisero in contatto con la sua intimità femminile, per un periodo anche aggiornare il diario non servì, per quanta vitalità l’assorbiva. La sua personale protesta per essere stata privata di ogni piacere e riposo per anni e di avere quindi diritto ad un periodo senza alcun fardello angoscioso si compì nella decisione inaspettata, per lei stessa e per i suoi amici, non volendo più sentirsi ancorata in nessun luogo, di acquistare una casa proprio lì, ad Acapulco, in cima ad una roccia che affacciava sul mare e che avrebbe rappresentato, nonostante il suo imminente rientro, “il posto della gioia e della salute”. Il rientro a New York fu brutale. Su qualsiasi cosa si posasse il suo sguardo o il suo udito, l’unica cosa a trasparire era la rabbia, una rabbia cieca si riversava da ogni contatto, da ogni essere umano disumanizzato, da ogni sguardo, da ogni attività svolta a ritmi così veloci da impedire qualsiasi momento di comunione. La sola cosa che la rincuorasse era quella minuscola casetta comprata, lì a strapiombo sul mare, e la sensazione che sarebbe potuta ritornare: “I mesi in Messico erano stati come un lungo sogno, ma che effetto profondo avevano avuto su di me. Avevano allentato catene, sciolto veleni, paure, dubbi, guarito tutte le ferite. Guardare negli occhi scuri e senza fondo dei messicani e leggervi calore, umanità, emozione, venir rassicurati della loro esistenza, udire la dolcezza e la tenerezza delle loro voci ed essere rassicurati della loro esistenza, vedere gli innamorati, come in Francia, sciolti nell’estasi, ed essere rassicurati dell’esistenza dell’amore, vedere gente che poteva ballare, cantare, nuotare, ridere a dispetto della povertà, ed essere rassicurati dell’esistenza di vita e gioia. Vedere e udire la gioia.

I suoi ritmi, ad ogni modo, ripresero ad essere frenetici. Arrivarono inviti universitari per incontri con gli studenti, presentazioni organizzate per letture e firma copie, feste che portavano conoscenze altisonanti, come Chaplin; un soggiorno a Los Angeles, che trovò molto meno tossica di New York per via della vicinanza e delle influenze con l’Oriente, con il Messico, con ritmi più accesi ed un vago sentore surrealista grazie agli allestimenti dei cineasti in giro per la città, per le spiagge, gli Hollywood Boulevard popolati da artisti di ogni genere. LA, per un po’, le ricorderà Acapulco, riprenderà a scrivere, imparerà a guidare, avvertirà una libertà più tenue, calda. Anaïs non è più il fiume descrittivo in piena che era, più la realtà l’assorbe e più il diario rallenta. Conserva ancora quel nitore descrittivo che l’ha sempre contraddistinto ma inizia ad avere delle tempistiche di aggiornamento più ariose, stagionali, non lo percepiva più come una scappatoia giornaliera dal presente, come un’investigazione mentale e psicologica verso gli accadimenti: in quei momenti scriveva per comprendere, per cristallizzare visi, occhi, tocchi, idee altrui, produttività e tutto ciò che la invischiava nel presente, chiunque incontrasse, ogni palpito di vitalità, ogni scambio personale, come quello che ebbe con Cornelia Runyon, a San Francisco, una scultrice di viva pietra naturale che la colpì particolarmente. Il diario, però, aveva anche un risvolto non semplice da gestire: la sua pubblicazione. Per essere eventualmente pubblicato, Anaïs avrebbe dovuto rendere il suo diario un monologo interiore di associazioni libere che accompagnavano la vita di molti personaggi, pensare di pubblicarlo nella sua totalità di flusso interiore era impossibile vista la sua mole ed il doverlo calibrare a favore di editoria era un conflitto che la stancava oltre ogni dire. Nello stesso periodo, porta a compimento Una spia nella casa dell’amore, con la speranza che la sua pubblicazione potesse darle l’indipendenza economica necessaria per raggiungere quella maturità autosufficiente che le avrebbe permesso di sentirsi più sgombra dai favori, dai doveri, dalle richieste. Ancora una volta, però, l’America la respingeva, respingeva la sua scrittura considerata poco popolare, ed il sentirsi respinta le fece affrontare un nuovo percorso psicoanalitico con la dottoressa Bogner, che durò quattro anni, per risolvere il senso di sconfitta che le permeava attorno come una scure, al punto da farle persino considerare di abdicare nel suo intento di scrivere, di essere un’artista.

Il quinto volume rappresenta il movimento, il movimento tridimensionale del mondo che avanza, dell’individuo che cresce, dei nuovi posti che diventano posti conosciuti e viceversa. Non è mai stato semplice, per Anaïs, convivere con i suoi dualismi, i suoi affondi nella psiche, ma il movimento le era amico, la faceva galleggiare, non era più la fuga cercata per fuggire dalla realtà, era il presente vissuto senza che ne avesse timore, senza doverlo per forza imprimere ed immiserire. Stava muovendosi, continuamente, non stava più cercando, pensando, estraniandosi, stava immergendosi nel presente, stava permettendosi la fluidità. Il quinto volume è anche il volume, finora, più doloroso; un dolore carnale, non soltanto psicologico o sociale. Il dolore per la morte del padre, in una Cuba troppo lontana da lei; il dolore per la morte della madre, con cui passa incosciente gli ultimi istanti senza avvertire la fine della vita terrena di quella donna orgogliosa che tanto aveva allontanato; la diagnosi di un tumore, l’operazione che ne è seguita, il lento decorso post-operatorio che la sfianca; la consapevolezza di suo fratello Joaquin, che prova una sofferenza di figlio analoga alla sua, che però non è più un bambino che si possa consolare con un abbraccio; l’incendio e l’alluvione in Sierra Madre, che metteranno in pericolo più vite di quante si possano immaginare in momenti simili; lo zoccolo durissimo dell’ostracismo editoriale, che le arrivava filtrato anche attraverso i suoi stessi amici critici. Ogni strascico di dolore, nondimeno, aveva in sé il germe del “Nonostante tutto”. Nonostante tutto, Anaïs continua a viaggiare, immergendosi in territori nuovi, integri, in popoli poveri ma flessuosi nelle loro usanze primitive. Nonostante tutto, Anaïs risolve la sua rabbia, risolve la sua nevrosi, raggiunge un moto più o meno stabile di pace e ragionevolezza, prende così congedo dall’America “che uccide l’artista, la sua anima” e ritorna al Diario, consapevole di essere “nata moderna, contemporanea” e che il rifiuto dell’epoca verso i suoi scritti sarebbe valso in un futuro più umano, sarebbe stato compreso a tempo debito, quando la massiccia politicizzazione dell’intero Paese avrebbe arrestato la sua furia. Si lascia riscaldare dai suoi amici, dalla loro comprensione poetica del Diario, man mano che ne concedeva letture; dalle lettere di persone alle quali la sua scrittura arrivava sana e salva, senza impoverimenti; dalla gioia di aver ritrovato, in un viaggio, la sua Parigi ancora così intima, vissuta, imperfetta, con le sue ferite interne addolcite dall’usura umana che pervadeva ogni strada, ogni stanza d’albergo, ogni caffè, ogni libreria; persino l’esperienza con l’LSD le chiarisce quanto quelle emozioni alterate come orgasmi lei le avesse già vissute nei suoi libri, nelle sue descrizioni, nella sua vita, concedendole la sicurezza di non essere soltanto una turista del mondo delle immagini, col loro perpetuo volgersi alle spalle di chi le guarda soltanto scorrere.

Nelle sue stesse parole: “L’America, per me personalmente, è stata oppressiva e distruttiva. Ma oggi ne sono completamente libera. Non ho bisogno di andare in Francia, né da qualche altra parte. Non ho bisogno di essere pubblicata. Ho solo bisogno di continuare la mia vita personale, così bella e in piano sboccio, e di continuare la mia opera principale, che è il diario. Mi sono semplicemente dimenticata, per qualche anno, che cosa mi ero proposta di fare”, riecheggia un’avvisaglia di conclusione. Il sentore agrodolce di un tramonto, è nell’aria. Non manca molto per chiudere quella che è stata, ed è, e sarà, una vera e propria esperienza diretta di vita, traslata con le parole vivissime, scaltre, doloranti ed esaltate di una donna minuta che diventava oro al sole, liquida e generosa come una madre, voluttuosa ed erotica come una ninfa oscurata dal rimescolio di acque sconosciute, accesa e nevralgicamente curiosa come una bambina.

La spiaggia, Cesare Pavese.

Pavese, per me, è stato un frutto colto tardivamente, col sopraggiungere dei trent’anni, complice un pomeriggio in cui, sorpresa dall’intensità di un suo verso letto in rete, mi sono chiesta sul momento per quale motivo non avessi ancora letto nulla di suo. Pensandoci, non avevo motivazioni reali; semplicemente, nel tempo, mi sono dedicata ad altri autori e non mi era mai successo di sentirmi attratta, finché non ho letto quella frase, finché non ho sentito quella frase. Forse, quel temuto numero pari, che ha più l’aria di una condanna che quella di una crescita, richiedeva uno scoprimento da parte mia, una scelta nuova, e che andasse bene o male aveva ben poca incidenza. Inizia più o meno così la conoscenza, con quattro suoi libri usati presi senza troppo pensare ad un ordine di pubblicazione o lettura specifico. Il primo letto è stato La bella estate, nonostante fosse gennaio, e come primo avvicinamento fu un repentino meravigliarsi di quanto non percepissi Pavese, anche nelle descrizioni più usuali, vittima dell’abuso fotografico descrittivo; c’era piuttosto una continua placida armonizzazione tra ambienti e personaggi. Come primo confronto fu perfetto, fondamenta solide furono gettate, non restava che continuare ad innalzare bianche mura, stanza dopo stanza. Tra le altre cose, si è creata in me questa sorta di convinzione: che Pavese vada, chirurgicamente, letto d’estate, e non per alcuni suoi rimandi alla stagione, ma perché leggere Pavese è epidermicità, è socchiudere gli occhi per il troppo sole, col sudore addosso, appoggiati di spalle ad un muro di calce bianca bollente poco dopo mezzogiorno, quando il sole inizia a colare a picco e le persone, impigrite dal pranzo, si concedono sonni alleggeriti del buio notturno, e nessun’altro periodo dell’anno è epidermico tanto quanto l’estate. La spiaggia, per arrivare allo snodo principale del post, l’ho scelto come seconda lettura perché mi sembrava avere un senso di coerenza tematica che non ho potuto ignorare.

Siamo agli inizi degli anni ’40 quando Pavese scrive La spiaggia, che è d’impatto tra le sue scritture narrativamente più lineari, facente parte di un filone di scrittura molto meno pregno degli affondi umani dei suoi ultimi romanzi. Ha un’ampiezza ed una ricerca antropica e solidale sostenuta da una ritmica lentezza, senza conflitti e senza collisioni. È un romanzo breve che racconta tranquillamente di una vacanza. Minute sfaccettature ci porteranno a leggere di un’amicizia ritrovata, di una coppia di sposi che vive un momento di crisi senza ritorsioni particolari, di alcuni personaggi secondari che ruotano attorno alla storia e che, a loro modo, ne prendono parte senza stravolgerla. Doro e Clelia sono una giovane coppia di sposi e dopo appena qualche anno dal matrimonio la loro conoscenza è così profonda da allontanarli. Inizia a farsi strada un educato silenzio, la cognizione di Clelia riguardo il cambiamento di Doro, che non è più lo stesso dei loro inizi, la perdita di contatto di Doro, che tace e cerca di ritrovarsi nei suoi luoghi d’origine, lì dove da ragazzo, col suo amico, passavano notti intere a parlare senza soccombere all’inutilità dei loro discorsi irreali, con molti nervi e molta gioventù. C’è, poi, “il professore”, a cui Pavese non da nome, quasi a non volersi perdere in convenevoli, amico di Doro da sempre, che fa sia da spettatore sia da voce narrante e partecipativa a quella monotonia rivierasca fatta di scogli, di bagni, di sole, di quiete, di inedia. La particolarità di Pavese del non dare un nome proprio a chi racconta non solo non rende meno realistico il racconto ma lascia un millimetrico margine romantico che permette al lettore il capriccio di trasporre un po’ dell’uomo che Pavese era in quell’amicizia descritta con Doro, che fa da paravento ai suoi amori.

Pavese non esagera mai nel linguaggio, i suoi personaggi non hanno fragore, non crea echi linguistici assordanti. In un sottotono di noia e di routine, i suoi personaggi hanno una naturalità assorta ed integrata negli spazi in cui la loro vita si immerge. La naturalezza dei silenzi, delle parole taciute a fronte di quelle rivelate, la centralità delle descrizioni ambientali che sagomano il loro stesso farne parte e la mancanza del tormento creano un’atmosfera antica, anarchica, quasi scolorita, che è la stessa dei borghi nativi ai quali si torna cresciuti, ritrovandoli inalterati. Leggere Pavese è sentirsi attratti dalla noia, dalla pacatezza, dal chiarore della riflessione, che va al di là della comprensione e che schiara le tristezze. Fermarsi a tutto questo, però, è perdere l’incanto delle inquietudini sottostanti, insinuate nei comportamenti apparentemente tranquilli dei protagonisti. L’aspetto espressionistico ha una valenza importante, senza dubbio, ma le introversioni dei caratteri che si dilatano, delle loro paure, delle loro intransigenze, formano un lastricato di marmo su cui camminare senza attenzione è pericoloso. La cosa più importante, in Pavese, è l’equilibrio, è il tono su tono sui cui gli incastri psicologici e quelli interattivi dei suoi personaggi si sgrovigliano. Sul momento, ci si ritrova risucchiati nel niente che accade e se si è abituati a storie in cui accade il tutto ci si sente quasi privati di essenza, di consistenza, ma se ci ferma un attimo e ci si scherma gli occhi dal bagliore accecante del sole che si riversa inclemente in ogni anfratto, accade la magia: accadono gli odori, i mutamenti, gli umori, gli innamoramenti, le decisioni, le incomprensioni, le notti stagliate dalla luna, le responsabilità, le malinconie: l’esistenza.