Le notti difficili, Dino Buzzati.

Buzzati è stato il più grande favolatore di verisimiglianza che abbiamo avuto. I suoi racconti spiccano nel panorama letterario per quel filo sottilissimo e continuo di allegorie tra il satirico, l’ironico ed il fantastico. Quel velo alzato sulla realtà e mosso dalle languide ventate della fantasia, intrecciano brevi ma intensi scritti che in essi accolgono svariati temi, cari a Dino, quali: l’attesa, l’inquietudine, l’indifferenza, la spavalderia della giovinezza in contrasto alla rassegnazione della vecchiaia, le ambizioni, le sue montagne, l’amore per i cani, l’incanto che le cose di ogni giorno portano addosso, la massificazione della società, l’assuefazione, le domande insolute che rimbombano a notte fonda, l’amore, la malattia e le angosce, le ansie, le apparenze, le scelte e le loro inevitabili conseguenze, la morte, i cambiamenti. Le notti difficili, inoltre, è la sua ultima raccolta di racconti, selezionati e corretti qualche mese prima della sua morte, con la consapevolezza della malattia da un paio di anni, e che ad uno sguardo più vasto, che si sposta dai singoli componimenti, lascia trasparire quanto la morte desaturata a suon di umorismo nero e chirurgiche prese di coscienza permeasse nella realtà di ogni suo ultimo giorno.

Tendenzialmente, per un lievissimo senso di incompletezza che traspare a primo acchito, si è convinti che i racconti, per brevi o più lunghi che siano, non possano apportare lo stesso incatenamento di una trama più corposa quale è quella di un romanzo. Un romanzo trascina, un romanzo concretizza, un romanzo ha corpo, inizio, fine, svolgimento, si avverte il sofferto incedere dello scrittore nelle parole, si è persuasi dalla fiducia che emerge dalla fatica immaginata dell’atto stesso della battitura che succhia via energie, vita e sentimenti dello scrittore. Insomma, paradossalmente, quanto più si è ormai assuefatti da ritmi veloci e cadenzati nella realtà delle proprie esistenze, tanto più siamo attratti da un’infinita serie di parole concatenate che ci regalano, letteralmente, del tempo. La poesia nasce intrinseca, la poesia sovviene, la poesia scorre e fluisce, affiora come acqua sorgiva; il romanzo si espande, prende spazio e corpo, ha una gestione addirittura personale assieme alla mano che lo dispiega, si accomoda e fa un po’ come gli pare, mettendo in luce personaggi, ambientazioni, risicando il senno di chi deve trovarvi accordi a pari merito nella stesura; il racconto, invece, è una schioppettata, un fischio finissimo, breve, intenso, impattante, uno sconquasso del terreno che si apre, una faglia a cielo aperto che mostra corrucciata e dannata i suoi segmenti di punteggiature e spazi bilanciati con la speranza di non squarciarsi completamente. La tensione descrittiva presente in Buzzati, di ampio respiro, tenuta su sia dalla commozione suscitata dagli avvenimenti, sia dallo schiocco di risa che sale non appena si afferra il senso della morale capovolta da quella a cui comunemente siamo abituati, diffonde magia e rende le proprie, di notti, meno opprimenti. Le notti difficili, non è altro che la sua ultima replica, la sua ultima fervente risposta alla vita che sente scorrere via e che cerca di esorcizzare col sarcasmo di chi non ha più nulla da perdere e neanche da costruire. Domenico Porzio, nell’intima prefazione, scrive: “C’è, forse, da chiedersi da quale intuizione segreta, da quale scoperta di verità nascosta, oltre il crinale della terrena vanità umana, lo scrittore abbia ricevuto quel trasalimento e quella cristallina forza requisitoria contro la banalità e la stupidità dell’affanno, del peccato, dell’omissione, della cattiveria. Da quale specchio di fede, cioè, egli, vuoto di Dio, avesse attinto quella immagine di ferma dignità cui si attenne congedandosi dagli amici e dai lettori e firmando l’estremo messaggio de Le notti difficili. Probabilmente dalla misteriosa bellezza del creato che, fin dall’infanzia, gli parlò col profilo incontaminato delle sue montagne”.

Buzzati si accomiata, quindi, né più né meno, con la sua solita delicatezza, avviandosi silente verso un altro viaggio, l’eterno viaggio che un’anima affronta in solitudine e senza appigli, lasciando a noi mortali il suo conforto, da leggere in quelle notti che ci appaiono troppo lunghe perché il giorno prossimo sembri una salvezza. Cinquantuno racconti, qualche centinaio di pagine, una struttura narrativa difficilmente eguagliabile, una gamma di sentimenti e di percezioni voluminosa, spessa, un solo uomo che si allontana nell’unico modo che non lo spaventa: scrivendo. Questo, è Le notti difficili.

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Justine e le disavventure della Virtù, vol I, Marchese De Sade.

L’errore più ricorrente in cui si possa incappare, parlando di letteratura erotica, è quello di considerare De Sade un banale pornografo che del Vizio ha rafforzato le concezioni rendendole incontrovertibili. Nulla di più fallace, dunque, di leggere i suoi libri e prenderli alla lettera, persino le sue descrizioni bestiali e minuziose, se lette attentamente, si liquefanno nel loro essere di proposito enfatizzate allo stremo. In una delle epistole contenute in Aline e Valcour possiamo infatti prendere atto di parole precise che confermerebbero la sua indole drammatica e la sua voluta esagerazione, con un fine diverso, tendenzialmente più nobile, da ciò che traspare: «Sfortunatamente devo descrivere due libertini; aspettati perciò particolari osceni, e scusami se non li taccio. Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti; offrirle con tratto gentile è farlo amare, e tale proposito è lontano dalla mia mente». Con tali premesse, in qualsivoglia modo si tenti di sviscerare seriamente i suoi scritti, il fallimento sarà ineluttabile. Andrebbe letto con un distacco colmo di altrettanta enfasi per far sì che quell’irriverenza di cui si fa scudo permei e lasci tutto nelle mani dell’irrazionalità. Immaginate per un momento di partecipare ad un antico rito pagano, antico di secoli, e provate poi a ritornare alla realtà per analizzarlo: l’incanto sparirebbe e l’insoddisfazione avrebbe la meglio; la concettualità è la stessa, l’avvicinamento a De Sade dovrebbe aver luogo soltanto con una buona dose di sfrontatezza, lasciando l’impulso scatenato libero di non pentirsi. In Justine, questo connubio di irriverenza che va lasciata scorrere ed il peso specifico che alcuni idealismi hanno, da cui scaturiscono non poche riflessioni, è molto ben bilanciato e non si attorciglia su se stesso. Lungi da me definirla una lettura semplice, ci sono moltissime considerazioni che prendono la comune morale e la calpestano senza ritegno alcuno, ma lo scopo è proprio il medesimo: non edulcorare per smuovere ogni sentimento cosciente o addirittura risvegliarne di sopiti.

Il volume di Justine, se dovesse essere descritto con un solo termine pertinente, questo sarebbe: perseveranza. La storia è quella di una ragazza docile, credente, umile, divenuta orfana assieme alla sorella Juliette, che contrariamente a lei non si lascia sedurre dal Vizio e tenta, con ogni sorta di disavventura per riscontro, di vivere una vita morigerata di lavoro e tranquillità. La Virtù radicata nel suo animo innocente, l’intoccata vicinanza a Dio, la fiducia e una sovrabbondanza di ingenuità, faranno da specchio riflettente alle terribili vicissitudini che le capiteranno. Quanto più il suo animo si ancorerà alla lucentezza della Fede, tanto più la corruzione e l’orrore dell’uomo cercheranno di rabbuiare il suo cuore con ogni stratagemma, ogni dissoluzione, ogni perversione, giustificando ogni alterazione con il volere della Natura stessa che ferocemente tutto crea e tutto distrugge.

Lo stesso Pierre Klossowski, a suo tempo affascinato molto più dalle implicazioni filosofiche pornografiche di De Sade anziché dalle violenze descrittive, scrisse: “Tutta l’opera di De Sade sembra non essere altro che un grido disperato, lanciato verso l’immagine della verginità inaccessibile, un grido avvolto e come incastonato in un cantico di bestemmie. Io sono escluso dalla purezza perché voglio possedere chi è pura. Io non posso desiderare la purezza ma nello stesso tempo io sono impuro perché voglio godere della purezza che non può essere goduta”. (De Sade mon prochain, Parigi 1947). La purezza di Justine, inaccessibile, diviene uno strumento tramite il suo corpo per arrivare ad essa senza però mai davvero afferrarla. L’aspetto in sé della Virtù e della Sventura non viene erotizzato, non viene sessualizzato, non parliamo di un libro meramente erotico sotto ogni aspetto, le vicende descritte non hanno una terminologia volgare o rozza, Justine è un’ode nera, graffiata dal sadismo che non viene scisso dallo scrittore ma viene usato come espediente per l’esaltazione personale che tanto ha marchiato il Marchese, al candore irraggiungibile dell’assenza di colpa. L’erotismo a cui siamo abituati, quello sensoriale, liquido, arricchente, qui si spoglia di ogni rotondità e diventa un erotismo salato, violento, grondante possessività e avulso dal minimo scrupolo. Le tematiche che porta in essere sono diverse, tematiche quali la religione, la morale, il rispetto, la supremazia maschile che detiene il potere su ogni altro essere, ancora oggi tristemente attuali, potrebbero addirittura sensibilizzare ad una lettura più critica perché mostrate senza pudori o sofismi. De Sade ed i suoi manoscritti non sono altro che la cartilagine dell’Eros, un Eros però spoglio di sensi, un Eros macchinoso e non condiviso. La stessa Justine, nel libro, più d’una volta, presa dallo sconforto rinnega dolorante quel Dio che tanto le sembra lontano, ritrovandolo poi nella forza d’animo ancestrale, nella giovinezza, nella scaltrezza che la terranno in vita, sino all’ultimo. Un lunghissimo monologo, un racconto continuo rivestito di rudezza e ruvidezza d’intenti che nel suo nucleo protegge il calore dell’interezza personale, dell’affidamento, dei nobili sentimenti, dell’attaccamento viscerale alla vita e la capacità di adattamento che terranno viva Justine. Ogni sua rinascita dai patimenti, ogni tentativo di salvezza, De Sade, la racchiude definendola «una sgualdrina a fin di bene e libertina per virtù», frase che commuoverà il suo interlocutore, ormai deciso a redimersi.

Leggere De Sade significa anche annoiarsi, una noia plumbea di dettagli, pesante, dettata dal sadismo rabbioso che lasciava affluire tutto il godimento che traeva dall’enunciazione che la morte immaginata di ogni essere umano, con non poca sofferenza, gli infondeva. In un certo qual modo, forse distorto, la sua non era che purissima devozione. Devozione che nasceva dal suo stato di prigioniero, impossibilitato a rendere reali le sue ossessioni, che trovavano quindi terreno fertile su carta per espandersi impotenti ed esasperate. Leggere De Sade è essere consapevoli che fascinazione e repulsione saranno sempre sul piede di guerra, uno scontro sfiancante di attrazione sensuale e criticismo renderà ogni parola più densa di quel che appare. Se resistere o meno, non spetta che al lettore.

Anaïs Nin, Diario, volume terzo 1939/1944.

Nel Dicembre del 1940 Yves Tanguy, pittore surrealista francese, in viaggio in America con quella che poi sarebbe diventata sua moglie, scrive ad Anaïs: “Solevo camminare per Parigi per ore. Le strade mi nutrivano. Ogni passeggiata era un’avventura. Ogni caffè significava una conversazione. Qui la mia vita non è nutriente. È il paese del silenzio e dell’impersonalità.” Questa manciata di frasi, sono la perfetta descrizione di quello che, in seguito, la stessa Anaïs proverà nel suo terzo moto migratorio verso l’America. Lo scoprirà a sue spese: nel fisico indebolito, nell’anima appesantita, nella sua scrittura in parte imposta per necessità, nei suoi sentimenti sopiti, nell’affanno giornaliero della fame, nella sterilità continua di una Paese nascente sull’apparenza, dimentico del singolo che lo compone, feroce verso l’insieme per il continuo rinnegamento emotivo di ognuno e se la Francia aveva alimentato lo schiudersi della vocazione artistica di Anaïs, l’America l’avrebbe piegata e sfibrata con la sua sempiterna finzione illusoria priva di umanità, motivo per cui molti scrittori americani, tempo prima, viaggiarono alla volta francese, per non essere assassinati dalla serialità societaria che li voleva semplicemente produttivi a favor di patria, senza curarsi dell’effettivo peso artistico che li rendeva tali, tranciandoli. L’unico modo che aveva (sempre avuto) per non soccombere a tale ristrettezza, piattume, sconforto, a quel “Cade la neve” usato per descrivere il periodo di isolamento iniziale, era scrivere sul suo Diario e tenere fede alla convinzione che un mondo individuale creato su nobili intenti fosse possibile e dovesse essere messo in atto nel suo microcosmo quotidiano, consapevole che tutti loro sarebbero potuti morire ma altrettanto consapevole che, così come scrisse: “In queste pagine continueremo a sorridere, a parlare, a fare l’amore.

Il viaggio non fu dei migliori, raggiunto il Portogallo in treno dovette affidare le sue sorti ad un idroplano. Fu un viaggio lungo, travagliato, fatto di mare mosso e lettere di amici rimasti in Francia. Una tra le mancanze più vivide nella traversata fu non avere con sé tutta la mole dei suoi Diari, dai quali trarre conforto nelle riletture, fu invece costretta a lasciarli in una cassaforte bancaria per via del costo che avrebbero comportato il portarli con sé, riuscì a portare infatti soltanto alcuni dei più recenti che, però, avevano ben poco all’interno dei tempi allegri trascorsi per trovarvi lenimento. La sua unica speranza era di potersi permettere la loro spedizione una volta giunta a destinazione (spedizione che, di fatto, non avvenne perché il baule con i 45 volumi fu perso prima d’imbarcarlo per poi essere ritrovato in una piccola stazione francese dove fu di nuovo preso e trasportato in cassaforte). Inizia così il terzo volume e proseguirà con un appassimento generale, fatto di incertezze, nostalgie e ricerca continua di fonti umane rigeneranti.

Tre sono i punti salienti di questo volume. Il primo, l’acquisto di una nuova stampatrice che le permetterà di stampare da sé, con l’aiuto di Gonzalo, i suoi libri e quelli ritenuti validi di alcuni suoi amici, tutti rifiutati dagli editori americani. Il secondo, Miller e i suoi spostamenti americani, il loro rapporto che momentaneamente si allontana ma che resta impigliato in una sottile linea rossa fatta di lettere, di più comprensione, di più umanità da parte di Henry, di ritorni promessi. Il terzo, la sua personale presa di coscienza di essere al limite, l’appigliarsi ad un nuovo ciclo di analisi, con una donna questa volta, che la porterà ad uno stadio superiore nel suo essere donna e madre metaforicamente.

Fu davvero drastico per Anaïs sentirsi estranea, non più appartenente alla vita che le si svolgeva intorno, gli unici momenti in cui sentiva di aver qualcosa in comune con le sue frequentazioni erano riempiti dai giovani, cosa che le ricordava anche quanto lei stesse andando oltre quel fermento giovanile che apprezzava e la accoglieva, facendola sentire allo stesso tempo sì meno avulsa da qualsiasi cosa componesse le sue giornate ma soprattutto la metteva difronte e terribilmente ad uno specchio immaginario tra il peso degli anni che sentiva addosso e quei deliri di prime esperienze vissute velocemente, divorate senza sosta da quei ragazzi affamati che le chiedevano racconti di una vita ormai morta. Persino nei caffè era tutto misero, servile, impersonale, non vi era spazio per conversazione, scambio, cultura, bisognava andare via subito dopo aver consumato, consumati a loro volta dal grigiore umano che avvertivano. Neanche questo labile romanticismo francese le era concesso e ne era atterrita. Riuscì a ritrovarlo tempo dopo il suo arrivo, nelle vie più calme dei quartieri italiani, dove fuori dai piccoli locali vi erano tavolini, sedie, minuscoli ed intimi scorci di Europa che la rinfrancarono appena con la loro lentezza, permettendole di avere ancora quelle lunghe conversazioni amichevoli senza quel continuo sentore di innaturalezza e distacco emotivo. La quotidianità di Anaïs nei primi anni di permanenza divenne un continuo arrancare economico, un susseguirsi di persone che chiedevano il suo aiuto, di se stessa al limite che tentava in tutti i modi di aiutare. Di Gonzalo in primis, che sradicato dalla sua rivoluzione si sentiva completamente inabile per qualsiasi cosa pensasse di fare e a cui ogni lavoro sembrava una prigione apparente, Anaïs ne prese a cuore ancora una volta le sorti e l’unico modo che sapeva con certezza l’avrebbe aiutato era impegnare il suo talento artistico comprando una macchina da stampa. Iniziò a cercare un appartamento in affitto, chiese prestiti per comprarla, e quando tutto fu pronto, per quanto il lavoro fosse massacrante per due persone sole, resistettero, giorno dopo giorno, riuscendo così a dare il giusto spazio anche ad una scrittura più profonda e sentimentale che l’America ostinatamente rifiutava. Era il 1942 ed Anaïs stampa così il suo Winter of Artifice.

I suoi giorni scanditi dal lavoro e dalla fatica sempre più pressante, venivano addolciti da un Henry girovago per l’America e dalle sue lettere lunghissime. Henry al suo rientro in America dalla Grecia dovette affrontare, dopo undici anni di lontananza, la morte del padre malato, cosa che lo rese più terreno, più aperto, più umile e disponibile verso chiunque avesse bisogno, ma lo rese anche molto più desideroso di perdersi senza troppo fare affidamento sulle abitudini. Prese a viaggiare, fermandosi di tanto in tanto in posti dimenticati dalla grazia divina traendone non soltanto ispirazione ma anche respiro. Anaïs beveva per intero questo suo aspetto nomade nelle lettere profondamente descrittive che riceveva, immaginava di essere assieme a lui per quelle lande sperdute, di sentirsi ancora una volta libera dalle costrizioni che l’abbrancavano nel suo presente. Ad ogni sua annotazione o risposta l’intensità con la quale aspettava un suo ritorno era tangibile come l’inchiostro stesso che si allargava sulla carta ed aggrappata a quell’attesa, sopravviveva. Anche per Miller non fu affatto semplice scontrarsi con l’editoria americana tant’è che dovette fare i conti con la sua prima e reale sconfitta letteraria riguardante sia Il Colosso di Marussi, sia Quell’incubo ad aria condizionata. Questo groppo difficile da far scendere giù inficiava anche, e non poco, La crocifissione rosa che al tempo cercava di far sbocciare sentendone addosso l’onere. Anaïs cercò di confortarlo in ogni modo, conoscendo quel suo lato fragile e tenero più di ogni altro al mondo, entrambi impotenti difronte ai tentativi di suicidio o ai crolli nervosi dei loro amici, sempre più avviliti ed asfissiati, impegnati a restare integri con ogni più piccola energia, da quel sogno di amianto sfavillante che era l’America.

Non durò molto, purtroppo, perché se in un ambiente fertile quale era stata la Francia quel sentirsi madre verso coloro i quali amava l’aveva scaldata e resa feconda di idee, motivazioni, nascite delle quali gioire, nella fredda ed inospitale America divenne un incubo cercare di alleviare i bisogni altrui, sentendosi così una madre ormai divorata dai suoi stessi simbolici figli e dal loro egoismo. Per un certo periodo di tempo, l’assenza di quei rapporti amicali sfaldatisi e la solitudine che ne conseguì vennero colmati dalla compagnia di una scimmietta che le regalarono e a cui si affezionò molto, finché poté tenerla perché ad un certo punto, per tanto che divenne inquieta, diventò impossibile gestirla e si trovò costretta a darla via, tristemente. La mancata umanità, quindi, il mancato flusso di sentimenti e calore, dell’empatia, della comprensione verso se stessi e gli altri, la stanchezza fisica sempre più attanagliante e l’entrata in guerra prossima del Giappone con gli americani, con il ritorno delle incursioni aeree e della paura, furono alcuni dei motivi scatenanti che la fecero crollare intimamente. Per sua fortuna, ebbe la lucidità di cercare aiuto, ancora una volta, tramite l’analisi. Fu una donna, Martha Jaeger, a darle l’aiuto di cui aveva bisogno. Per la prima volta Anaïs si approccia all’ansia, cerca di comprenderla, di non spiegarla per forza di cose, la lascia scorrere facendo sì che si esaurisca da sé, ne scrive come il disturbo fisico e mentale invalidante che è ancora oggi, e sono soltanto gli inizi degli anni ’40 e lei era soltanto una donna che arrancava. L’esperienza analitica con una donna, alla pari per così dire, fu per lei molto positiva perché meno influenzata dal pensiero maschile che sia Allendy, sia Rank (di cui apprese la morte a soli 50 anni, appena arrivata in America, nel ’40, con stupore ed incredulità) tentarono di imporle precedentemente. Martha riuscì a farle scindere la differenza tra il soffrire per un senso di colpa da espiare intrinseco e il soffrire dovuto alla naturalità degli accadimenti inevitabili, capendo a fondo, finalmente, che lei stessa tendeva al rodersi in un circolo vizioso di patimenti auto-inflitti. Sul finale, quindi, la presa di coscienza l’ha illuminata, di nuovo, non rischiando più inquietudini o avventure immaginarie bensì l’accoglimento delle piccole conquiste del presente, placata e più tranquilla.

Il terzo volume, un volume molto più denso dei primi due sull’aspetto emozionale avvizzito dalle vicissitudini, va concludendosi con Anaïs che nell’estate del ’43 si trasferisce a Southampton, unendosi ad un gruppo di haitiani che tra musiche, balli, umanità e condivisione le infonderanno nuova e fresca linfa fatta di vitalità ritrovata e fiducia.

Pierce Harwell ad Anaïs Nin.

“A ogni ora, da qualche parte, vien detta la parola che potrebbe cambiare la terra. Lo sbaglio è nella banalità del nostro intento. Le nostre parole sono come la luna, illuminate solo a metà. L’altra metà potrebbe rispecchiare la galassia. Il linguaggio si è identificato in modo così stretto con l’abitudine intangibile del pensiero, che le nostre parole e le nostre frasi hanno perduto tutta la loro tangibilità, tutto il corpo, tutte le forme vitali della carne, come dici tu. (…)
Il problema non riguarda le idee, perché le idee continuano a essere espresse in modo soddisfacente dalla vecchia associazione abituale del significato. Di fatto, il campo delle idee è talmente limitato che le trenta o quaranta idee fondamentali erano già state espresse in tutta la loro completezza prima del tramonto della cultura romana.
Ma, benché la gamma delle idee sia limitata alla mente, l’infinita scala di sensazioni non è limitata al corpo. In noi c’è uno spirito al presentarsi delle sensazioni corporee: i nervi di Dio incominciano dove i nostri finiscono. Se il linguaggio potesse giungere a una nuova sostanza, a un nuovo ritmo, a un impatto più carnoso con la corteccia stessa della mente, se potesse aggirare il centro vuoto del pensiero e permeare come un suono il tegumento e i tessuti saldi della coscienza, che strumento diventerebbe allora! Che esperienza orchestrale per l’anima, forse superiore alla musica stessa, perché rimarrebbe nella coscienza mentre la musica è volatile e la sua sostanza svanisce quasi nello stesso istante in cui appare. La musica è un’esperienza così sublime perché le vibrazioni del suono ci avvolgono tutte insieme allo stesso tempo. La coscienza della sensazione non è solo auditiva poiché l’impeto delle onde sonore s’infrange come un maroso, fremente contro la ricettività dei nostri capelli, delle nostre mani, delle nostre gole, contro le nostre labbra e i nostri occhi. Dovremmo ascoltare la musica nudi, dovremmo ascoltarla con i nostri pori, con la più lieve lanugine, con le piante dei piedi. Il linguaggio, per la sua stessa natura, non può giungere a questo a meno che non sia recitato, ma allora le vibrazioni della voce umana si trasformano in una specie di musica.
Il linguaggio scritto, per ottenere questo effetto, dovrebbe entrare nel cervello ed esplodere come un razzo scatenando una pioggia di significati scintillanti e palpabili giù per ogni fibra e fino al delta terminale di ogni nervo. Ci avvolgerebbe dall’interno verso l’esterno, come la musica ci avvolge dall’esterno verso l’interno. (…)
Il ruolo della donna sarà estremamente cruciale. La donna di domani avrà il compito oneroso di recuperare le emozioni del genere umano. Partendo da se stessa dovrà creare le nuove armonie della gioia, la nuova facoltà del contrappunto emotivo.
Noi stiamo perdendo rapidamente la nostra capacità di sentire come esseri umani. Diventiamo sempre più freddi e insensati anche quando ci avviciniamo gli uni agli altri. Per scuoterci è necessaria una scommessa molto più intensa di quanto non fosse mai servita prima.
I giovani vedono tutto così com’è, e pertanto non vedono niente. Sentono ogni cosa nel suo rapporto esatto con la praticità, e pertanto non sentono niente. L’età dell’Ariete, la sua fine, non fu contrassegnata dalla perdita del sentimento come lo è la nostra, ma dalla perdita di direzione e di uno scopo sociale. La responsabilità della donna di domani sarà quella di rieducare il cuore umano. Noi stiamo aspettando l’arrivo di un superman come le culture precristiane attendevano il messia. Ma, se la donna non si assume il compito di dare alla luce un nuovo spirito di poesia e gentilezza e gioia di vivere, superman, quando arriverà, sarà poco più di un gorilla marziano, un potente robot con una batteria al posto del cuore e una valvola elettronica al posto del cervello.”

Lettera di Pierce Harwell ad Anaïs Nin, scritta nel gennaio del 1943 e contenuta nel terzo volume del Diario della Nin, ed. 1979 per Bompiani.

Henry Miller ad Anaïs Nin.

“Mi domando se tu, o chiunque altro fate sacrifici del genere per un altro perché l’altro ha qualcosa di più importante da offrire della mera importanza del suo dovere. Sembra che la domanda, per me come per te, si sia spostata dalla realizzazione (dovuta alla protezione) ai mezzi impiegati (dipendenza dagli altri). Forse il problema è che penso come un assolutista.
Tu non mi chiedi altro che di venire a patti con i problemi e con le circostanze. Forse io ho solo una grande paura inconfessata che se mi comprometto mi rovino completamente. Probabilmente sono l’unico scrittore del nostro tempo che ha avuto la possibilità di scrivere solo come gli pareva, e forse è stato un male. Non lo so. Si potrebbe dire di me che ho sempre fatto solo quello che ho voluto fare, che non ho tratto alcun piacere dalle mie cosiddette rinunce.
Come dovrei rispondere a questo? Forse si può ridurre tutto a questa constatazione: se le circostanze attuali non mi permettono di creare, dovrei almeno lavorare, come fanno tutti gli altri. È il vecchio problema cinese, se l’inattività (a volte) non sia meglio dell’azione. Forse ci sono due grandi pecche in quanto ho detto sopra. Prima di tutto, che potrei, se ho un po’ di genio, cercar di dire quello che mi pare senza stare a tirare in ballo la soppressione del mio lavoro. L’unico problema è se ne sono all’altezza. Ne ho le capacità? Ho lottato con quel problema non poco nei miei momenti di solitudine, credimi.
Per tutta la vita sono stato tormentato dalla necessità di scegliere tra il rispondere a queste domande e il rispondere a un’altra domanda, una domanda tutta mia che faccio a me stesso; perché, non riesco a spiegarlo. Ora penso che alla base di tutto il mio lavoro letterario ci sia il fatto che molto presto ho perso il desiderio di partecipare alla vita degli altri sulle basi stabilite dalla società. Probabilmente, nel mio lavoro non ho fatto altro che protestare e spiegare in che cosa io sia diverso. E solo recentemente mi si è presentata la domanda: “È abbastanza? Puoi giustificare il tuo comportamento?” E poi c’è questo problema di provocare ad altri dolore e sofferenza – a causa della mia unicità. Sono da biasimare? O è invece qualcosa che impregna il cuore stesso delle cose, qualcosa di inevitabile?
Ormai da molto tempo onestamente non cerco né desidero più provocare dolore ad altri. Ma eliminare il dolore (per gli altri) è quasi impossibile. Soprattutto se arriva soltanto perché io sono me stesso. Naturalmente avrò quel che mi merito, per essere me stesso. E questo è indiscutibilmente giusto… Fa parte del nostro destino. Su questo non discuto. Tutti i miei problemi attualmente sono provocati dal semplice fatto che sto cercando sempre più di essere me stesso. E se questo me stesso è un mostro, prima lo si riconosce meglio è. Scegliendo di vivere al di sopra del livello ordinario, ci creiamo dei problemi straordinari. Il fine ultimo è quello di fare un paradiso in terra. Ed è esattamente in questo senso che sto cercando di vivere. Sono il cittadino ideale. Sono pronto ma mancano le condizioni. È come se mi fosse toccato vivere a ritroso, passando da una condizione del mondo migliore (che mi era naturale e nella quale ero nato) a una stupida e deplorevole. Io ho già vissuto la vita di cui la gente sogna e non solo con l’immaginazione, ma nella realtà. E lo stesso vale per te. La differenza è che tu ti adatti meglio allo stadio di arretratezza. E questo è quanto tu chiami essere umani, mi pare. Potresti anche aver ragione.
Un’altra differenza è che con questo criterio di umanità tu sottolinei il bisogno di lottare. Ma per me la lotta è relativamente poco importante. Come faccio a lottare se ho già conquistato? Se si coltiva un fiore non è stupido aspettarsi che si metta a lavorare – diciamo lavorare al fine di produrre altri fiori, fiori migliori, fiori più belli?
Questa lotta è su un piano che ho già superato. Sia la filosofia materialistica dell’Occidente sia la filosofia orientale tendono a sollevare l’uomo al di sopra di questa lotta. Il tipo di lotta in cui io credo è un corpo a corpo con me stesso. L’ironia sta nel fatto che sono proprio gli utopisti, quelli cioè che hanno la pretesa di lavorare per realizzare questa condizione fiorente dell’umanità, che si prendono il gioco del fiore che già vive. Tutta quest’agitazione nel petto di milioni di persone – io la capisco – ma sono agitati perché manca loro qualcosa. Stanno cercando di aiutare se stessi lavorando insieme. Non riconosceranno il lavoro individuale, la germinazione individuale. Se grazie a te sono stato sollevato al di fuori del nostro tempo, o se, nel peggiore dei casi, sto solo sognando (e com’è meraviglioso sognare! Cosa c’è di male?) niente mi ributterà indietro se non delle catene.
Come mai c’è sempre qualcuno disposto a proteggere l’artista, non starà forse aiutando a perpetuare qualcosa di cui c’è un bisogno vitale? Costoro sono come dei fuchi che lavorano per le api regine. Per me non è un problema dipendere dagli altri. Sono sempre curioso di constatare fin dove arriverà la gente, fino a che punto li si può mettere alla prova.
È chiaro che ciò implica delle umiliazioni, ma queste umiliazioni non sono piuttosto dovute ai nostri limiti? Non è semplicemente il nostro orgoglio che soffre? È solo quando chiediamo che siamo feriti. Io, che sono stato aiutato tanto dagli altri, io dovrei saperne qualcosa dei doveri di chi riceve. È tanto più facile essere dalla parte di chi dà. Ricevere è molto più duro – bisogna essere più delicati, se mi è consentito dirlo. Bisogna aiutare la gente a essere più generosa. Ricevendo dagli altri, permettendo loro di aiutarci, li si aiuta davvero a diventare più grandi, più generosi, più magnanimi. Si fa loro un piacere.
E infine, a nessuno piace fare solo l’una o l’altra delle due cose. Cerchiamo tutti di dare e prendere, come meglio possiamo. È solo perché il dare è tanto legato a cose materiali che il ricevere sembra un male. Sarebbe una terribile calamità per il mondo se eliminassimo il mendicante. Il mendicante nello schema delle cose è altrettanto importante del donatore. Dio ci assista, se l’elemosina venisse eliminata, se non ci fosse più bisogno di rivolgersi a un altro essere umano, per fargli distribuire le sue ricchezze. A cosa servirebbe allora l’abbondanza? Non dobbiamo forse diventare forti per aiutare, ricchi per donare e così via? Quando mai cambieranno questi aspetti fondamentali della vita?
Il problema ora è che la gente è povera di spirito, bassa, cattiva, invidiosa, gelosa. Il cambiamento che si augurano non è nella direzione dell’espressione di una maggiore magnanimità, ma di una protezione contro l’umiliazione, una protezione dei loro io più insignificanti, del loro stupido orgoglio, dei loro stupidi pregiudizi. Comunque, sai bene che il Capricorno è uno scalatore accanito, uno sgobbone accanito, un divoratore accanito. Di quando in quando mi ribello – alzo veramente gli occhi al cielo. In quei momenti mi pare che il mondo cospiri per farmi abbassare la testa. Oppure, e forse è più vero, faccio in modo che il mondo cospiri contro di me. Non m’è ancora venuta la mania di persecuzione, spero che tu lo capisca. Conosco il mio ruolo e conosco il ruolo del mondo. E alla fine andremo d’accordo, il mondo e io. Sto facendo del mio meglio, sempre, anche quando sembro pigro, perverso e ostinato.
Il Capricorno tenta sempre, questo è il problema. Non molla mai. Non ti accorgi che per me, con la mia natura, il mio destino, la posizione degli astri, la beatitudine più grande è proprio quella di fermarmi, riposare, guardare in alto, lasciarmi abbagliare dalle stelle, vagabondare, sognare, meditare? Che cosa ci arrampichiamo a fare verso il cielo se non per raggiungere un giorno la vetta e contemplare il mondo? È a quel punto che usciremo di scena, suppongo. So che non raggiungerò mai una Shangri-La tangibile. So già che non esiste in nessun posto, se non dentro di noi. So cosa significano tutti i miei vagabondaggi. Ma non riesco a imparare più in fretta di così. Mi tocca lavorare con questi poveri materiali di cui sono composto. Vedo che tu stai lottando per adattarti ad una cattiva situazione, mentre io lotto per non adattarmi.
Non guardo mai con alcun piacere ai sacrifici che ho fatto. Li considero tempo perso. Mentre non considero tempo perso essere pigro, sognare, giocare. Anzi, il contrario. Può darsi che il mondo non sia ancora strutturato perché la gente viva così, ma questo non dimostra che ho torto.
Ieri sera sono andato avanti nella lettura sulla Terza Esistenza. Vuoi sapere cosa successe al meraviglioso dottor Kerkhoven al culmine del suo potere? Quando aveva più o meno la mia età? S’imbarcò in un’impresa inutile. Scoprì che non credeva più in quello che stava facendo. Lasciò la moglie che amava più che mai e andò a Giava, a studiare, a sperimentare, a trovare se stesso. Il mondo l’aveva accettato così com’era. Era al culmine. Ma non era soddisfatto di sé. Se ne andò in spazi selvaggi. E anch’io sono in una specie di foresta vergine. E troverò me stesso, non c’è dubbio. E se scelgo di fare della California invece che di New York la mia foresta vergine, c’è una ragione nella mia follia. Lo dirà il tempo. Non mi ancorerò qui per l’eternità. Quando mi muovo voglio che abbia un senso.”

Lettera di Henry Miller ad Anaïs Nin, scritta nell’estate del 1942 e contenuta nel terzo volume del Diario della Nin, ed. 1979 per Bompiani.

Opus Pistorum, Henry Miller.

Fernanda Pivano, nella postfazione di Opus Pistorum, scrive: “Il suo mondo di felicità erotica si muove nella suburbia in una società di falliti e disperati, di paranoici e impossibilitati come quella cara agli impressionisti tedeschi ma cantata con un ritmo e una figurazione cara ai surrealisti francesi; una società che Miller guardava con occhio realista tipicamente americano. Chi vuole a tutti i costi considerarlo uno scrittore pornografico dimentica la letteratura pornografica tradizionale che discende figurativamente da De Sade, quella che descriveva orge da Settecento in castelli del Settecento arredati con sfarzosi velluti rossi: gli ambienti di Miller sono camere squallide da pochi soldi o minuscoli appartamenti di periferia che lo scrittore pulisce ogni mattina come una brava massaia. In quelle camere, in quegli appartamentini non si svolgono orge ma incontri disperati nei quali il sesso sembra l’unica speranza, l’unica via di uscita dei diseredati.
È oltremodo necessaria questa contestualizzazione ad Opus Pistorum, necessaria perché è un libro che, nonostante passino gli anni, desta ancora aggettivi quali “osceno”, “scandaloso”, “blasfemo”, “volgare” a voler essere gentili.

Siamo nel 1940, poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale che costrinse Miller e molti altri al trasferimento in America. Nel settembre di quell’anno, Miller conosce uno dei soci della libreria Larry Edmunds, Milton Luboviski, in seguito soprannominato il “Collezionista”, e dal quel pomeriggio nacque un’amicizia trentennale. Nel ’41, il socio di Lubovski morì, lasciando a lui la completa gestione della libreria e questi, per arrotondare in un periodo piuttosto scarno di profitti, iniziò a vendere ad alcuni clienti come registi, sceneggiatori, produttori cinematografici, opere pornografiche, quando ne reperiva. Miller, che inizialmente non navigava certo in acque ben più proficue, propose a Milton del materiale da vendere scritto appositamente. Milton accettò, per la cifra di un dollaro a pagina e di ogni diritto ceduto su quello che veniva scritto e quando col passar del tempo le pagine andavano accumulandosi, tanto da poterci formare un libro, Miller stesso lo intitolò Opus Pistorum.

Nasce così, a mio parere, il sesso più desaturato mai scritto da Miller. In ogni altro suo libro, l’accoglimento verso una sessualità sporca, volgare, quella onnipresente fame del brutto e dei sobborghi, del sesso come puro impulso fisico, è naturale, è mischiata alla vita stessa, diventa un approdo; qui, invece, si avverte tutta la scrittura puramente sessualizzata per il fine ultimo della nuda e cruda eccitazione non comprensiva di altri sentimenti più nobili. La differenza tra il sesso e l’erotismo descritti nei Tropici o nella Crocifissione in rosa sta nella naturalità di intersecazione della sessualità nella vita di tutti i giorni che qui non è presente. Le descrizioni, nello snodarsi di quest’unico racconto in cui le vicissitudini dei protagonisti vengono esposte man mano, sono esplicitamente visive, atte a ricreare scene particolarmente impudiche, lascive, supportate da una prosa quasi parlata che tende ad acuire il senso di depravazione (o di deprivazione, volendo) deliberato e predominante di una mascolinità imposta su femminilità che esistono soltanto nell’orgasmo. È una lettura non semplice, considerando lo spettro sociale in cui viviamo. Io per prima, per quanto sia abituata a questo determinato genere di letture, mi sono spesso ritrovata a storcere il naso, non tanto sul sesso spinto e violento per come viene descritto, quanto per alcune considerazioni dei personaggi stessi in circostanze precise. Non è affatto una lettura da prendere a cuor leggero, soprattutto se si è sensibili a determinate tematiche, nonostante sia comunque “coerente” nei suoi esibizionismi, perché per quanto Miller sia sempre stato triviale, qui oltrepassa la trivialità sfociando in una feroce critica sessuofila-espressionista della società americana proibizionista dell’epoca, mettendo in luce ogni tipo di perversione senza il minimo riguardo. Il vizio, dunque, privato della vitalità, di quel respiro vitale che infonde nei corpi calore, diventa ostentatamente forzato e castrante. In Storia di una passione, in una delle lettere che Henry scrisse ad Anaïs, dopo circa un anno di scritti erotici, sul terminare dell’opera, diceva a chiare lettere: “Non voglio più sobbarcarmi un lavoro del genere per nessuna ragione al mondo. (…) È distruttivo. Ho l’impressione di essermi liberato da un incubo”; anche lo scrittore che è stato, quindi, che da sempre ha ripercorso l’idea dell’accettazione sostenuta da Whitman, soccombe alla sua stessa spinta iniziale di dare luogo a situazioni del tutto prive di sublime, impregnate soltanto di fluidi e povertà, di corpi e sibillinità, di scrostature e annebbiamenti, ricalcati da odori e sottomissioni e dall’impoverimento della condivisione, accerchiato e logorato da un buio soffocante di inumanità.

Rimini, Pier Vittorio Tondelli.

Il trionfo postmoderno della massa abbagliata e conquistata dalle apparenze scintillanti di una Rimini anni ’80, dove la mondanità frenetica rappresentava una assenza di profondità personali, completamente soggiogate dal ritmico ed incessante fulgore del nulla. Sogno ad occhi aperti di un’epoca in espansione, un gioco di realtà ed illusioni pervade una città consumistica che, tra le miriadi di pensioni, hotel, spiagge e turismo poliglotta, vede protagonisti l’effimero e le sconfitte, celati al di sotto di illusorie rivincite. Un viaggio nel viaggio, infinito e a tratti inconcludente, quasi stagnante, come se anche il lettore stesse guardando, immerso nel traffico, con lentezza, una costa stracolma, asfissiata dall’incedere faticoso di corpi addossati e indistinti su spiagge dorate dove il giorno e la notte si confondono fino a desistere. Si diventa commedianti allo stesso modo dei personaggi, si osserva, si avverte la calura, la pazzia, l’istrionismo, l’impellente bisogno psico-fisico di essere parte integrante di un marasma generale fatto di droghe, sbronze, giornalismo d’assalto e sessualità divorate in stanze anguste di alberghi gremiti e vocianti. Descrizioni fitte e dettagliate daranno la sensazione di esserci stati, di aver conosciuto quel periodo sul serio, pur non avendo vissuto quel decennio di esibizionismo.

Rimini nasce postumo da un rifiuto dello scrittore, anni prima, ad una proposta del direttore di un quotidiano a cui collaborava e che l’avrebbe voluto alla lavorazione di un inserto speciale, nei mesi estivi, in riviera. Come Tondelli stesso scrisse fu soltanto il “frutto di una fantasia imbrigliata nei canoni settecenteschi della “verisimiglianza” a dargli vita, un romanzo del tutto immaginario per quanto rispecchiante una realtà esistente. Quel che voleva è che Rimini fosse la sua Hollywood, “Una palude bollente di anime che vanno in vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. E Rimini è l’Italia del ‘sei dentro o sei fuori’”. L’intento viene espresso sapientemente, con crudezza e senza sofismi di sorta, un girone dantesco vibrante e trascendentale di auto-distruzione che come la marea riporta a galla corpi rigonfi di disperazione. Un’Italia grondante sudore, un’enorme patta dei pantaloni aperta, sbracata su se stessa, che giudica e afferra e macina e corrompe e insinua e non si ribella.

Un romanzo new wave a più voci, ognuna delle quali calzante ai vari personaggi, per lo più intersecati, con storie personali che si incrociano, si sfiorano, si allontanano, si riavvicinano, si scontrano, o non collimano mai, se non nel racconto; più strati, quindi, che lentamente si formano con la narrazione. La voce predominante che accompagna la lettura è quella di un giornalista che recide la sua vita passata e va incontro ad un probabile futuro, che si sente pronto per qualcosa di nuovo, di importante, ma che in seguito si scontrerà con emozioni fino ad allora oscurate dalla giovinezza. Sarà il suo cinismo e la sua freddezza a far da sfondo a personalità ben più profonde, ad amori tormentati, a giochi di potere, a misteri umani, a tragedie e riconciliazioni. A primo acchito è un libro impersonale per via della patina immaginifica continuamente dettagliata ma, a ben guardare, è uno spettro civilistico preciso e realistico, coerente nella sua estensione, tanto quanto lo è la città stessa. Quello che all’interno del libro è un semplice luna park, all’esterno si trasformerà in una dannazione seduttiva a cui è impossibile resistere.